Boiate pazzesche (il bisogno di sentirsi superiori)

Non avrei dovuto chiedere a questo mio conoscente – un mezzo amico, diciamo – che film avesse salvati nell’hard disk. «Non molto», risponde, «però ho Piranha 3D. Ti devo far vedere qualche passaggio, fa troppo ridere!».

Così sono incappato in quelli che facilmente sono i peggiori minuti di cinema che abbia mai visto in vita mia. La trama non c’è, è solo un pretesto per passare dal party hard on the beach (con topless femminili d’ordinanza) alle mutilazioni fresche e sanguinolente, mostrate nel loro più grafico orrore: uomini e donne vivi nonostante ne siano rimaste solo le ossa dalla vita in giù, pesci che azzannano i bulbi oculari, capelli che, impigliandosi alle eliche dei motoscafi, si portano via lo scalpo al primo colpo di motore.

E io mi chiedevo: è a questo che si è ridotto il cinema d’oggi?

Certo, certo, si potrebbe stare a discutere e a dire che l’offerta è variegata, che ci sono film per tutti i gusti (beh, non proprio), che basta vedere la lista degli Oscar, dei Golden Globe e dei Leoni d’Oro per capire che qualche film degno di essere visto esiste ancora. E grazie tante, lo sappiamo tutti.

Qui, signori, siamo a un livello più avanzato. Se una volta c’erano i film “così brutti da essere belli”, questo è furbescamente studiato a tavolino per esserlo – o meglio, cercare di esserlo. È calcolato per soddisfare quei bisogni primitivi della nostra mente: godersi la vista del sangue e di qualche coscia femminile e farsi qualche risata stupida. E, soprattutto, sentirsi superiori a qualcun altro.

Infatti i miei compagni di visione si giustificavano snobbandolo: è una cagata pazzesca, ergo fa ridere. Cadevano nel tranello che i produttori del film avevano teso: è un film che parte con l’intenzione di essere stupido, per accattivarsi subdolamente l’approvazione del pubblico (e la ottiene: ha la sufficienza su IMDB), che si ritiene superiore al film stesso. È l’ormai classica strategia dei cinepanettoni: lasciar perdere la dignità – a chi interessa, di questi tempi? – ed ingozzarsi in una grande abbuffata di merda (scusate). Cosicché lo spettatore crede di fare bella figura perché di merda (scusate) ha mangiato solo una porzione.

Il problema è che di questi tempi una gran fetta dell’industria della cultura e dell’intrattenimento è volta a soddisfare quell’ormai crescente bisogno di sentirsi superiori agli altri. Non sto parlando solo di quelle “popstar della cultura”, come Coelho ed Allevi, che vivono del gusto del popolino per i facili sentimenti e per il pathos. Esistono infiniti modi per lusingare il pubblico facendogli credere di essere intelligente e raffinato.

Prendiamo per esempio Justin Bieber – lo so, lo so, ma vi prego di seguirmi. Ormai Bieber non è più un prodotto per ragazzine, bensì uno specchietto per le allodole maggiorenni, le quali, dopo essersi sentite superiori burlandosi di lui, si tuffano ad ascoltare musica pop di fattura non migliore. Per questo, nei telefilm, Bieber ha il ruolo del giovanotto trafitto dalle pallottole: a chi non piacerebbe vedere la propria nemesi fare quella fine? Altro esempio, di diverso genere: Striscia la notizia, che usa facili servizi contro truffatori da quattro soldi come eccipiente a balletti scosciati e ad umorismo di infima lega.

È facile intuire perché ci sia questo bisogno: ognuno ama le adulazioni, specialmente quelle implicite e sottili. Se vogliamo sprofondarci in riflessioni sociologiche, potremmo pensare che, assottigliatosi il divario economico fra le classi, i nuovi arricchiti vogliano superare anche quello culturale. Chissà. Però col tempo ho imparato che molte delle cose che ho apprezzato in passato, col senno di poi si sono rivelate vere e proprie vaccate, anche le più insospettabili. Stiamo attenti: anche quello che ci piace e che riteniamo intelligente può essere una colossale baggianata.

Il disturbo della professoressa (3)

Questa è la terza parte di una megarecensione del saggio Togliamo il disturbo di Paola Mastrocola (editore Guanda). La prima parte è qui, la seconda è qua. I brani sono stati riportati a solo scopo di commento e di critica.

Terza parte: dare un senso a questa scuola

Stando a Mastrocola, lo scopo della scuola dovrebbe e potrebbe essere quello di insegnare nozioni, nel senso generico e positivo di conoscenza.

Avere nozione di qualcosa, dunque, vuol dire sapere. Conoscere. Il marinaio ha nozione dei venti, delle rotte, dei porti. Il contadino ha nozione dei trattori, del fieno, della trebbiatura. L’ingegnere ha nozione del cemento armato, delle fondamenta. Il panettiere ha nozione dei diversi tipi di farina, e di lievito, e di forni. L’insegnante di lettere ha nozione della grammatica e della letteratura. Non è peccato avere nozioni. Anzi, dovrebbe esere necessario, qualsiasi mestiere sia il nostro. Quindi, la scuola dovrebbe insegnare nozioni: dovrebbe condurre alla conoscenza, a che altro se no?
[II, 2, 1, pagg. 106-107]

Il principio è tutto sommato condivisibile. Però la nozione del panettiere e del contadino non è la nozione insegnata a scuola: viene preferita quella classico-scientifica dei nostri licei, fatta di biografie dei filosofi, formule chimiche e versioni di latino. In questo sono d’accordo con Mastrocola, una formazione di questo tipo non è per nulla esecrabile, anzi è un prezioso lusso della nostra civiltà. Dobbiamo però chiederci a quale scopo lo vogliamo fare: perché è utile o solo per uno sfoggio di cultura?

È un dubbio genuino che nasce leggendo il libro. Nella sezione dedicata ai mali di Internet, infatti, è raccontato questo significativo aneddoto:

Giorni fa un amico che insegna Statistica a Scienze della Formazione mi ha raccontato il seguente fatto. Comincia il suo corso e, per accertarsi che i suoi allievi possiedano le conoscenze di base necessarie, chiede loro quanti ricordano che cosa sia una relazione di equivalenza. Alza la mano un solo studente, e il mio amico si stupisce molto perché secondo lui la relazione di equivalenza è normalmente argomento di studio alle superiori. Quindi cambia leggermente la domanda: chiede quanti di loro, pur non ricordando l’argomento, ricordano comunque di averlo studiato al liceo. Questa volta alzano la mano quasi tutti, e sono circa un centinaio. Perbacco, dice il mio amico, ma dunque ricordate d’aver fatto una cosa, ma non ricordate la cosa?
[II, 3, 5, pag. 166]

Ecco un aneddoto mio: io alle scuole medie ho studiato tedesco, per tre anni. Me lo sono dimenticato praticamente tutto, tanto che proprio l’altro giorno ho scoperto di non ricordarmi neppure i giorni della settimana. Semplicemente, non avendo alcuna occasione di applicare il mio (terribile) tedesco, esso è scivolato nell’oblio. Ma è nell’ordine naturale delle cose dimenticarsi ciò che non si utilizza con costanza, dal Donnerstag alla relazione di equivalenza.

Mastrocola si scandalizza per i diciannovenni che non si ricordano una definizione che hanno studiato quattro anni prima, e mai più applicato. Dunque lo studio, se ho capito bene, dovrebbe essere un continuo ripetere di nozioni che non applichiamo mai. Una perdita di tempo, insomma. Sono certo che Mastrocola non intende questo. In verità sa bene perché studiamo, ma non lo esplicita, ne fa un esempio en passant (parlando d’altro, nella sua filippica contro Internet):

Faccio un esempio: prendiamo una frase che esprime un mio giudizio su un piatto di verdure che assaggio al ristorante e mi pare particolarmente variopinto e trasgressivo; ebbene, io posso dire «che piatto futurista!», per analogia con lo Zang Tumb Tumb di Marinetti. Lo posso fare perché «so» il Futurismo […]
[II, 3, 5, pag. 167]

Si può uscire da scuola senza ricordarsi quando è stato pubblicato il Manifesto del Futurismo o che cos’è una relazione di equivalenza, eppure rimane un substrato di conoscenze di base che col passare del tempo non viene dimenticato e ci permette di cogliere e costruire analogie, giudizi e ragionamenti. Come diceva un direttore di Harvard, «l’educazione è ciò che rimane quando ci si è dimenticati di tutto ciò che è stato imparato», ed è questa conoscenza che la scuola deve sviluppare ed incoraggiare.

La conoscenza residua è fondamentale soprattutto in certe materie. In storia ci si può scordare delle battaglie della Seconda Guerra Mondiale, ma non le foto e le testimonianze dai campi di concentramento. In scienze è comprensibile se ci si dimentica dell’adenosintrifosfato, ma le nozioni utili sul consumo di grassi e proteine rimangono per sempre. In filosofia è chiaro che i titoli dei libri scivoleranno via dalla mente, ma concetti semplici e carini come il dubbio socratico, l’imperativo categorico e la falsificabilità, una volta conosciuti, non sfuggono. Gli esempi, vedete, si sprecano.

Se poi pensiamo che è sulla base di questa conoscenza che le persone decidono per chi votare, che cosa comprare, quali persone frequentare, che cosa mangiare, come muoversi e così via, comprendiamo l’importanza sociale della scuola. Sotto questa luce, la proposta finale di Mastrocola appare non solo assurda, ma anche pericolosa.

Infatti alla fine del libro (spoiler alert!) l’autrice abbandona ogni forza, torna sui propri passi e concede che chi non vuole dedicarsi allo studio possa farlo, benché in apposite scuole. Distingue in tutto tre possibili tipi di scuole: la work-school, una sorta di istituto tecnico (in cui comunque bisognerebbe insegnare «ad amare la lettura, e l’ascolto della musica, e la contemplazione di opere d’arte»), la knowledge-school, ovvero un liceo tradizionale dove si studia tanto, e la communication-school, un liceo “leggero”, ispirato al neopedagogismo democratico, un liceo così descritto:

Sarà il regno di: Internet, tecnologie, linguaggi multimediali, metodo, saperi pratici, approccio esperienziale, connessioni, videogioco, gioco, interazione, lavoro di gruppo, socializzazione, territorio, progetti, attività extracurricolari, educazioni varie (stradale, alimentare, alla cittadinanza), abilità, competenze, centralità dello studente, valutazione, misurazione, certificazione. Tanto per intenderci, no Torquato Tasso, of course…
[III, 3, 3, pag. 247]

(Mi mette i brividi il pensiero che i giornalisti del futuro, magari quelli che ci spiegheranno le ultime scoperte di fisica delle particelle, possano uscire da queste scuole. Misericordia.)

Sorprende che Mastrocola, dopo essersi lamentata fin troppo a lungo dello stato pietoso delle nuove generazioni, conceda loro la libertà di non studiare frequentando queste communication-school. È vero che non tutti sono portati allo studio pesante, ma è un male – anzi, un bene – necessario, se vogliamo che tutti gli adulti del futuro abbiano le giuste conoscenze di base, quanto basta per saper discutere dell’attualità con cognizione di causa, e per compiere le giuste scelte per sé e per gli altri. Dopotutto, come recita la quinta legge della stupidità, «la persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista» e lo scopo della scuola è, fra le tante sue missioni, proprio arginare il dilagarsi della stupidità.

Ma sicuramente questo Mastrocola lo sa, altrimenti non si auspicherebbe lo studio delle arti perfino nelle work-school, per quanto superficiale. Quella delle communication-school è dunque un contentino, un compromesso: voi che non volete studiare, voi che non volete far studiare i vostri figli, tenetevi queste scuolacce, mentre noi che vogliamo darci da fare ci teniamo le scuole migliori.

È un atteggiamento da cui traspare una chiara stanchezza. Eppure penso che non sia il momento di farsi stancare dall’altrui ignoranza, che danneggia e danneggerà anche noi buone persone. Bisogna tornare al principio, alla voglia di fare, alla speranza che in teoria deve animare il concetto di scuola: che tutti studino, allo scopo di essere persone migliori. E non bisogna farsi distrarre dai pifferai magici che cantano di una scuola priva di fatica e di impegno.

Il disturbo della professoressa (2)

Questa è la seconda parte di una megarecensione del saggio Togliamo il disturbo di Paola Mastrocola (Guanda). La prima parte è qui. I brani sono stati riportati a solo scopo di commento e di critica.

Parte seconda: Internet, ovvero il pessimismo

In Togliamo il disturbo, Paola Mastrocola si dilunga nella critica a ciò che, a suo dire, avrebbe corrotto le nostre menti e, con essa, il sistema scolastico. Non mi voglio concentrare su alcune delle sue accuse, quelle al donmilanismo, al rodarismo e al neopedagogismo di stampo europeo; non me ne intendo di pedagogia, le opinioni dell’autrice sembrano in linea di massima comprensibili, ma mi piacerebbe sentire anche l’altra campana.

Non parliamo dunque di questo, lasciamolo agli esperti. Parliamo invece di un secondo soggetto, attaccato con veemenza nel libro, ritenuto il sintomo (e forse anche causa) dei mali moderni, un “nuovo mostro” da domare, un’icona da ridimensionare: Internet e le nuove tecnologie!

L’attacco parte con un’esagerazione, quella che tira in ballo la tecnodipendenza, come se fosse sufficiente a demonizzare tutto il mondo digitale:

[Q]uando vedo la stragrande maggioranza dei nostri giovani perennemente occupati a smanettare e videare; quando incontro al ristorante i ragazzini che passano il tempo a tormentar tastierine sul piatto e non si scostano neanche quando arriva il cameriere con la pastasciutta […] quando li vedo ovunque con il pollice pulsante sul cellu o gli occhi incatenati alle micro-foto degli amici virtuali di Facebook; provo un’inquieta amarezza. Quando poi apprendo che «nel marzo 2010 è nata a Londra la prima clinica specializzata nella disintossicazione della mente infantile dalla dipendenza da Internet e videogiochi», e che anche qui da noi nascono negli ospedali nuovi ambulatori dove ci si occupa di curare il «morbo di Facebook», ebbene sì, mi preoccupo molto.
[II, 3, 5, pag. 158]

Non ha molto senso: è come preoccuparsi del sesso perché esiste la ninfomania, o del mangiare perché ci sono i bulimici. Prosegue Mastrocola poche righe dopo, mentre si chiede come vengano usati questi gingilli elettronici:

A me sembra diverso usare un computer per scrivere un libro, leggere Cartesio, seguire un corso di russo on-line; oppure usarlo per sentire l’ultimo Ligabue, vedere una scenetta di Aldo Giovanni e Giacomo, giocare a Tetris o godersi su YouTube il filmato in cui quattro cretini provano a schiantarsi in auto contro un muro. […] Ad esempio, una cosa è fare informatica, un’altra è navigare, chattare, twittare. Sarebbe bene distinguere tra creare e usare: una cosa è creare un prodotto, una cosa è esserne semplicemente utenti. Ho l’impressione che i giovani siano soprattutto consumatori e utenti. E perlopiù, usano senza capire quel che usano, cioè come è fatto quel prodotto. Informatica è calcolo, è logica; vuol dire avere una sapienza, possedere nozioni anche di altissimo livello, con cui creare, inventare programmi complessi che prima non c’erano. Chi naviga e chatta e twitta, invece, non crea un bel niente. Usa solo quello che è già stato creato, e può anche non sapere niente se non pigiar tasti, aprir finestre, sfiorare schermi, introdurre usb, dvd, cd. È di questo che siamo tanto ammirati, e di cui parliamo come strabilianti Nuove abilità dei Nuovi giovani?
[II, 3, 5, pag. 161]

È uno strano atteggiamento, quello dell’autrice, secondo cui essere semplici utenti è disdicevole. Se bisogna saper creare per poter essere degni utilizzatori, allora non potrei mai essere un buon automobilista finché non imparo a montare un motore a quattro cilindri, e non mi potrei avvicinare a una chitarra elettrica senza studiare ingegneria del suono. Forse sto interpretando male, ma mi sembra che dunque ogni persona che debba prendere in mano un computer deve imparare almeno un linguaggio di programmazione. A quanto pare intende proprio questo:

I nostri ragazzi, quando escono da un liceo, son capaci di usare l’informatica e la Rete come strumenti di crescita della conoscenza, o solo per il divertimento e il consumo? Sanno confezionare una ricerca in meno di un’ora usando Wikipedia e PowerPoint, sanno prenotare un aereo via Internet, sono capaci di scaricare musica e film, di installare un nuovo gioco o un nuovo software, di montare un video e metterlo su YouTube. Ma non hanno la minima idea di come funzionano le telecomunicazioni, o dell’organizzazione logica di un computer. Non padroneggiano alcun linguaggio di programmazione. Non conoscono nessun software scientifico, sia esso di tipo logico, di tipo matematico, di tipo statistico. Non sanno nulla di intelligenza artificiale.
[II, 3, 5, pagg. 162-163]

Il che suona ancor più bizzarro, considerata la concezione quasi artistica che Mastrocola ha dell’informatica, vista da lei come creazione mistica e non come problem solving (dato un problema, trovare un algoritmo che lo risolva), lo stesso problem solving che lei aveva criticato poche pagine prima:

Quando sento espressioni come «saper imparare» e «risolvere problemi» mi prende un senso di vuoto allo stomaco. Risulta lampante che il punto qui, oggi, è «risolvere problemi»: il mondo del futuro si apre a noi come un enorme e continuo «problema da risolvere» – per questo non ha più senso studiare, ma bisogna solo imparare a imparare. In genere quando leggo cose simili, per contrappunto, mi siedo e apro un libro, a caso. Il primo che mi viene, basta che sia un libro. Qualcosa che non c’entri col problem solving: non so, le poesie di Brodskij, la vita di Chagall, Astolfo sulla luna. Qualcosa che non mi faccia risolvere un bel niente, ma che mi porti via. Un cavallo, per esempio. Alato…
[II, 3, 3, pagg. 152-153]

Beata Mastrocola, che non ha problemi da risolvere! O meglio, un problema lo trova: trattenere le informazioni lette su Internet. Scrive infatti:

Dopo aver navigato per ore su Internet, personalmente ho la sensazione d’aver passato il tempo, e basta. Un nauseabondo senso del nulla. Novello spleen dell’era digitale. Mi par d’essere scivolata sull’acqua di un lago torpido. E mi accorgo all’improvviso di essere in grado di ricostruire ben poco di tutti i viaggi compiuti, i luoghi raggiunti, le cose viste. Non abbiamo trattenuto niente, perché ci siamo limitati a guardare, leggere, stampare: non abbiamo studiato, e quindi alla fine NON SAPPIAMO NIENTE.
[II, 3, 5, pag. 164]

A parte il fatto che una frase non diventa automaticamente vera se viene scritta in maiuscolo (ed è orribile a vedersi su un libro stampato), Mastrocola infila qui un pressapochismo dietro l’altro, per non dire veri e propri errori. Dà per scontato che lo studio è l’unico modo per imparare, come se le nozioni non si depositassero come granelli di polvere nella nostra mente ogni volta che leggiamo qualcosa. Scrive invece:

Non è che, usando il supporto video, magicamente le cose si trasferiscono nella nostra mente e lì dimorano per sempre rendendoci sapienti! Magari fosse così… Questo maledetto sforzo di memorizzare e organizzare e trattenere bisogna che lo facciamo sempre e comunque. [II, 3, 5, pag. 165]

Ha parzialmente ragione, ma non è che i libri funzionino diversamente. Ammetto che dei tanti saggi che ho letto non ricordo i dettagli: colpa mia che non li ho letti con attenzione? E se invece le notizie e i concetti si accumulassero pian piano, pagina web dopo pagina web?

Inoltre Mastrocola dà per ovvio che ciò che si trova su Internet è «un lago torpido», mentre in verità i contenuti di qualità ci sono, basta trovarli. (Ed è su questo punto che bisogna insistere: Internet è talmente sconfinata che gli utenti inesperti non sanno filtrare da soli i contenuti migliori.)

Appare ovvio a questo punto che Mastrocola naviga con difficoltà nel periglioso mare di Internet e delle nuove tecnologie, è talmente confusa da sfornare un paragrafo completamente privo di senso:

Anche perché Internet è piuttosto disorientante, direi: non ci dice mai dove siamo, è una stupenda nave che ci porta ovunque, nello spazio e nel tempo, è Star Trek: ci conduce nello spazio infinito, ma omette le coordinate. Ci porta esattamente dove noi gli chiediamo di andare, ma ci nasconde il viaggio, il percorso, le tappe. Gli diciamo: Portami a Shanghai! E lui i un attimo ci porta. Sì… ma dov’è Shanghai? Se noi non lo sappiamo, non ci serve averla trovata.
[II, 3, 5, pag. 165]

Disorientante? Star Trek? Coordinate? “Portami a Shanghai”? Dài, un computer non è un calesse. (E comunque, grazie a Internet non è difficile sapere dov’è Shanghai.) Tutto questo paragrafo non ha senso, e quando l’ho finito, mi sono seriamente chiesto che diamine avessi letto.

Conclude la lista delle cosiddette “nuvole” minacciose del web e delle tecnologie la nube della “frammentazione”, del multitasking, del fare troppe cose senza soffermarsi su nessuna. L’autrice cita ovviamente Chris Anderson e la sua favoletta del «Web is dead», che i più considerano una frettolosa stupidaggine; ma lei non ci crede (non è che facciamo, cito, «un super zapping colossale»?) e preferisce dar retta a una ragazzetta di sedici anni che, chissà come, è riuscita a scrivere sui giornali della movida dell’Egeo:

Tanto per capirci, ho letto che ai ragazzi non piace più andare al cinema. Lo sapete perché? Lo ha detto una di loro, quella sedicenne che ha raccontato sui giornali, estate 2010, la sua vacanza nell’isola greca di Ios […]; ha detto che i suoi coetanei non vanno neanche più al cinema perché un film dura due ore, e loro non riescono più a stare fermi per due ore! Ecco, questo mi preoccupa.
[II, 3, 5, pag. 170]

Peccato che la professoressa impari le ultime tendenze dei giovani dai quotidiani e non dai suoi studenti: saprebbe che in verità la quasi totalità dei giovani è ancora capace di seguire un film nella sua interezza. Non abbocchiamo di nuovo alle solite esagerazioni, suvvia.

A dirla tutta, la maggior parte delle critiche che occupano la seconda parte del libro (il capitolo dedicato alle colpe) sono comprensibili e qualche volta più che condivisibili. Ma questa sezione dedicata a Internet è un pullulare di approssimazioni, di errori e di facili luoghi comuni, che suscitano seri dubbi sull’affidabilità dell’intero ragionamento. Non nego che una buona dose di senso critico nei confronti della Rete possa essere benefica, ma è ridicolo farlo in questi termini.

Nella prossima parte: ma allora, che scopo vogliamo dare alla scuola?

Il disturbo della professoressa (1)

Questa è la prima parte (su tre) di una megarecensione del saggio Togliamo il disturbo di Paola Mastrocola (editore Guanda). I brani sono stati riportati a scopo di commento e di critica.

Parte prima: la scuola che non c’è

Il problema, quando si parla di scuola, è che il più delle volte non si parla affatto di scuola.

Non si parla dei problemi dei ragazzi, non si parla dei libri di testo, non si parla dei temi in classe, non si parla delle interrogazioni, non si parla delle classi strapiene, non si parla degli edifici vecchi. Si parla semmai di voti medi, di prove standardizzate, di competenze, di abilità, di internazionalizzazione, delle tre “I” – cose che, è vero, fanno pur sempre parte del modello di scuola che vorremmo, ma è ben lontana dalla concretezza. È naturale: gli adulti che parlano di scuola (pennivendoli dei quotidiani e soloni della pedagogia) spesso ne hanno solo un ricordo vago, fumoso.

Ci si può illudere e pensare che, per una volta che un professore si mette a scrivere il proprio punto di vista, avrà il coraggio di raccontarci qualche aneddoto di vita scolastica reale, qualche esempio di problematica educativa, qualche minima osservazione antropologica sulle nuove generazioni.

Non è però il caso di Togliamo il disturbo, l’ultimo libro di Paola Mastrocola. Pur essendo l’autrice una professoressa di liceo scientifico, gli aneddoti personali sono pochissimi e la sensazione che si prova fin dai primi capitoli è che la scuola resta comunque qualcosa di impalpabile, privo di concretezza. Prendiamo per esempio i ragazzi. Sono l’anima della scuola, ci immaginiamo che siano il soggetto principale del libro. Non dovrebbe essere così?

Invece gli adolescenti in questo libro sono praticamente assenti, dimenticati dopo essere stati ridotti dalla stessa autrice a stereotipi semplicistici:

Sostiamo l’occhio sui loro capelli nero-viola tinto, i giubbotti troppo stretti, i piercing al naso, le loro ragazze strizzate nei jeans stretch, caviglie inanellate, scarpine traballanti sul tacco. Guardiamo sfacciatamente, da antropologi senza pietà, come codesti giovani procedono in massa compatta, e tagliano l’aria come un esercito lento e assonnato […] Sostano l’intero pomeriggio. Davanti a negozi di elettronica, bar, mercati, outlet. Anche davanti a niente, sostano e basta. Rumorosamente stanno. Ridono, sgomitano, strattonano. Si appendono ai reciproci giubbotti e dondolano, ondeggiano. Sono una corrente umana, un’acqua densa che si sposta. Oppure penetrano, le mani a pugno in tasca, nei templi dell’abbigliamento low cost. Zara, H&M. Guardiamo cosa comprano, cosa toccano, cosa provano. Ascoltiamo come parlano, gridano, mugugnano. Fanno versi gutturali, mezze sillabe. Gracchiano, ululano, grugniscono, ruttano. Ogni tanto si spintonano, si insultano, si palpano. Fumando, bevendo birra, beveroni rossi o verdi.
[I, 1, 9, pagg. 45-46]

E dire che Mastrocola ammette implicitamente di stereotipare e lo giustifica a priori:

Lo so che ci sono dei giovani meravigliosi che studiano molto, sono eleganti e sobri, vanno a teatro e fanno volontariato. Ma sono una minoranza così esigua che non me ne occupo, sono felice che esistano […] Sono gli altri che mi preoccupano: la cosiddetta massa. […] La massa non è una parola, e tantomeno una parola politica da addobbare di palline ideologiche come un alberello di Natale. Ha una sua consistenza fisica enorme, è un oggetto gigantesco, ingombrante e incombente e molto complesso, che occupa in misura considerevole il mondo (in particolare il centro delle nostre città, il sabato pomeriggio). Vogliamo occuparcene davvero?
[I, 1, 9, pag. 47]

Insomma, i buoni sono pochi e dunque non vale la pena farci caso; piuttosto, l’autrice vuole affrontare il problema della “massa” dopo aver lei stessa raggruppato forzatamente un’intera generazione nella macchietta di cui sopra. Eppure questa massa rimane tale, non viene analizzata, non viene spiegata, non si tenta neppure di comprenderla. C’è solo una critica pesante e spietata, al limite dello sberleffo.

Ovviamente, agli irrisi non vengono dati né un nome, né una descrizione, né un background. La professoressa, che potrebbe fungere da tramite fra noi e la nuova generazione, potrebbe presentarceli. Potrebbe prendere uno di quei truzzi di cui ha parlato male, dirci il suo nome, la sua famiglia, il lavoro che fa ogni estate, i suoi sogni, per quanto banali che essi siano. Ecco che un anonimo diventa una persona sempre più completa, con i suoi problemi e con le sue (poche) virtù, e possiamo finalmente di capire perché: perché non studia, perché all’interrogazione fa scena muta, perché pensa più ai jeans che al Tasso?

Figuriamoci, poi, se viene addirittura ceduta la parola a qualche ragazzo. Anche solo per chiedere a loro: che ne pensate della scuola? Vale la pena darsi da fare? Perché sì, perché no? Non ci tenete a imparare cose nuove? Che cosa vorreste fare? Come vi preparereste invece voi per il futuro? Certo, le loro risposte sarebbero banali e ingenue, ma sarebbe un piccolo passo per instaurare un dialogo, un tentativo di comprenderli, questi benedetti ragazzi. I discorsi diretti vengono concessi a Baricco, Maazel, Rampini e Franzen; nel libro, invece, non c’è nessun adolescente che dica la sua.

Ma allora da dove trova Mastrocola gli spunti sulla vita dei giovani d’oggi, dei ragazzi in cui lei stessa insegna? Basta leggere come iniziano tali riflessioni:

A volte penso a come tornano a casa i miei allievi che hanno preso 4. Quando lo diranno e a chi. A madri indaffarate in carriera o dimesse e sconsolate, donne separate e sole che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, o signore con SUV, prestigioso marito, baby-sitter e palestra. Chissà. [I, 1, 6, pag. 31]

Vi chiedo quindi, adesso, di condividere una visione: facciamo il gioco di disegnare nella nostra mente uno di loro, lo studente quindicenne medio. Il tipo base, insomma. Decidiamo che si chiama Cardo di cognome e Edoardo di nome, ma lo chiamano Dedo. […] Che cosa fa Dedo Cardo nel pomeriggio? Come passa la giornata da quando esce da scuola fino a sera? Proviamo a immaginare. Venite con me, accompagniamolo mentalmente a casa, vediamo un po’: il «pomeriggio medio-neutro» dello «studente medio-neutro». [I, 1, 7, pagg. 34-35]

Non è difficile sapere come vive un adolescente: basta chiederglielo. Ciò è ancor più facile se si passa una dozzina di ore alla settimana nella sua stessa aula. Se invece Mastrocola preferisce affidarsi alla propria fantasia, allora nasce il sospetto che non siano solo gli studenti a fare ostruzionismo e che anche i professori, disinteressatisi al dialogo, si siano rintanati nelle proprie trincee, in quel campo di battaglia che è la scuola di oggigiorno.

Questo è il motivo essenziale per cui questo libro non sembra neppure parlare di scuola. Degli studenti c’è solo l’ombra, ridicola e ridicolizzata; l’ambiente scolastico è del tutto dimenticato ed inesistente, pochi perfino i colleghi. Le parole scambiate con gli alunni sono scarse e prive d’interesse. Quando il professore parla, i ragazzi non ascoltano; ma anche quando parlano i ragazzi, a quanto pare, sono i docenti a non sentire. Questa è la percezione che si ricava da Togliamo il disturbo.

Se invece volete qualcosa di più concreto, prendete Cuore di De Amicis, piuttosto. Oppure cercate i blog di quei professori che ci mettono davvero l’anima: trovarli non è difficile.

Domani, nella seconda parte: di chi è la colpa?

Si riparte

Dopo quasi due mesi di silenzio, riprendo in mano le redini di questo blog. Purtroppo, i problemi personali e scolastici non sono ancora terminati, per cui non potrò pubblicare post con la regolarità dei bei vecchi tempi.

Cambierò dunque leggermente la rotta. Tumblr diventerà il mio campo base: lì ripubblicherò ciò che menti più brillanti della mia hanno già pensato, ma non mancherò di metterci del mio. E cercherò di essere meno verboso, prometto.

Comunque questo blog rimarrà attivo, benché aggiornato più raramente del solito, e servirà a custodire ciò che non riesco a sintetizzare abbastanza per Tumblr. Il primo pezzo dovrebbe uscire nei prossimi giorni.

Un’ultima cosa. Ho deciso di sospendere il mio account su Twitter. Potrei elencare una dozzina di motivi, ma credo basti il fatto che Twitter è ormai per me più un peso che un piacere. Ringrazio tutti coloro che mi hanno seguito su Twitter – no, non mollo per colpa vostra! – e anche quelli che hanno deciso di non seguirmi più. Inoltre un ringraziamento speciale va a Gabriele (GiaiPhong) per i piacevoli scambi di battute.

E ora andiamo. È tempo di scrivere.

Una pausa un po’ più lunga

Cari (pochi) lettori,
mi duole annunciarvi che ho deciso di sospendere a tempo indeterminato l’aggiornamento di questo blog. È una soluzione temporanea, che spero mi permetta di concentrarmi sui miei studi, di superare alcuni problemi personali e anche di ritrovare il tempo, la voglia e l’ispirazione per scrivere nuovi post.
Ritornerò fra qualche settimana, forse anche un paio di mesi. Attualmente non ho la minima idea se poi riprenderò a scrivere nuovi articoli, o se invece vi comunicherò l’addio definitivo. Sto ancora valutando i pro e i contro. Quando maturerò la scelta più appropriata, ve lo comunicherò.
Nel frattempo, rallenterò anche l’utilizzo di Twitter, mentre continuerò, più o meno saltuariamente, a usare Tumblr. Certo, controllerò lo stato dei commenti del blog e dei tweet, ma interverrò più raramente. L’indirizzo di posta elettronica cui potete rivolgervi resterà sempre attivo e sotto controllo.
Grazie per l’attenzione che avete rivolto a questa voce nel deserto e spero di tornare presto con buone notizie.
— microrama

tl;dr – Mi assento dal blog e da Twitter per ritrovare me stesso. A presto.

Più cose in cielo e in terra di quante ne racconti la tivù

La situazione è quasi surreale. Benché tutti siano disposti a riconoscere che la fiaba della fine del mondo nel 2012 sia una panzana, molti fanno finta di crederci, per scherzo. Quante volte vi sarà capitato che durante un discorso serio, qualche buontempone aggiungerà: «Tanto il mondo finirà nel 2012, ah ah ah ah!», come se facesse ridere.

Quello dell’Apocalisse prossimo venturo è un leitmotiv con cui la stampa ama giocare; dopotutto, è abituata a trastullarsi con storie di dubbia attendibilità e titoli sensazionalistici. Uccelli muoiono in massa in diverse parti del mondo, come è sempre accaduto in passato? La luce brillante della supernova Betelgeuse potrebbe arrivarci in questa era geologica? Un fenomeno ottico ha mostrato la luce solare con due giorni di anticipo in un paese groenlandese? Ficchiamoci dentro la storia del 2012, perché no!

Peccato, perché ognuno di questi fenomeni, ognuna delle affermazioni che vengono tirate in ballo con la questione del 2012, porta con sé un’opportunità quasi irripetibile per approfondire le meraviglie della natura e della storia. Infatti se passiamo in rassegna tutte le ipotesi che vengono citate, spesso a sproposito, parlando della fine del mondo, troveremo moltissimi argomenti degni di essere approfonditi.

Sono citate le tempeste solari: perché tivù e periodici non si fermano a raccontare che cosa sono, perché si formano, con quale periodicità, come facciamo a prevederle e come ci protegge la magnetosfera terrestre?

Sono citate le profezie dei Maya: perché non parliamo di come funzionava il loro calendario, di come abbiamo interpretato la loro lingua per leggere le loro iscrizioni, di che cosa dicono effettivamente quelle due sole iscrizioni che citano il 21 dicembre 2012?

È citata l’inversione dei poli, sia terrestri che magnetici: perché non spiegare l’effetto giroscopico, la naturale migrazione dei poli magnetici, la declinazione magnetica, le attuali ipotesi sull’origine del campo magnetico?

Potevamo scegliere di rimboccarci le maniche e cogliere l’occasione per insegnare e imparare le meraviglie della natura, del cosmo, della storia umana. Invece no. Abbiamo deciso di mandare tutto in burletta. Non appena accade qualcosa di non intuitivo, i giornalisti decidono di lasciare l’interrogativo aperto, magari collegandelo pretestuosamente al duemiladodici, anziché approfondire un po’ e riportare una risposta coerente e tutto sommato facile.

È vero, i punti di domanda vendono. Ma dobbiamo anche renderci conto che i media, e in particolare il giornalismo, educano gli adulti, nel bene e nel male. Non si tratta di intrattenimento, ma di un compito più importante. E, almeno per quanto riguarda la scienza, è meglio non lasciarla fare ai giornalisti generalisti.