Questa è la seconda parte di una megarecensione del saggio Togliamo il disturbo di Paola Mastrocola (Guanda). La prima parte è qui. I brani sono stati riportati a solo scopo di commento e di critica.
Parte seconda: Internet, ovvero il pessimismo
In Togliamo il disturbo, Paola Mastrocola si dilunga nella critica a ciò che, a suo dire, avrebbe corrotto le nostre menti e, con essa, il sistema scolastico. Non mi voglio concentrare su alcune delle sue accuse, quelle al donmilanismo, al rodarismo e al neopedagogismo di stampo europeo; non me ne intendo di pedagogia, le opinioni dell’autrice sembrano in linea di massima comprensibili, ma mi piacerebbe sentire anche l’altra campana.
Non parliamo dunque di questo, lasciamolo agli esperti. Parliamo invece di un secondo soggetto, attaccato con veemenza nel libro, ritenuto il sintomo (e forse anche causa) dei mali moderni, un “nuovo mostro” da domare, un’icona da ridimensionare: Internet e le nuove tecnologie!
L’attacco parte con un’esagerazione, quella che tira in ballo la tecnodipendenza, come se fosse sufficiente a demonizzare tutto il mondo digitale:
[Q]uando vedo la stragrande maggioranza dei nostri giovani perennemente occupati a smanettare e videare; quando incontro al ristorante i ragazzini che passano il tempo a tormentar tastierine sul piatto e non si scostano neanche quando arriva il cameriere con la pastasciutta […] quando li vedo ovunque con il pollice pulsante sul cellu o gli occhi incatenati alle micro-foto degli amici virtuali di Facebook; provo un’inquieta amarezza. Quando poi apprendo che «nel marzo 2010 è nata a Londra la prima clinica specializzata nella disintossicazione della mente infantile dalla dipendenza da Internet e videogiochi», e che anche qui da noi nascono negli ospedali nuovi ambulatori dove ci si occupa di curare il «morbo di Facebook», ebbene sì, mi preoccupo molto.
[II, 3, 5, pag. 158]
Non ha molto senso: è come preoccuparsi del sesso perché esiste la ninfomania, o del mangiare perché ci sono i bulimici. Prosegue Mastrocola poche righe dopo, mentre si chiede come vengano usati questi gingilli elettronici:
A me sembra diverso usare un computer per scrivere un libro, leggere Cartesio, seguire un corso di russo on-line; oppure usarlo per sentire l’ultimo Ligabue, vedere una scenetta di Aldo Giovanni e Giacomo, giocare a Tetris o godersi su YouTube il filmato in cui quattro cretini provano a schiantarsi in auto contro un muro. […] Ad esempio, una cosa è fare informatica, un’altra è navigare, chattare, twittare. Sarebbe bene distinguere tra creare e usare: una cosa è creare un prodotto, una cosa è esserne semplicemente utenti. Ho l’impressione che i giovani siano soprattutto consumatori e utenti. E perlopiù, usano senza capire quel che usano, cioè come è fatto quel prodotto. Informatica è calcolo, è logica; vuol dire avere una sapienza, possedere nozioni anche di altissimo livello, con cui creare, inventare programmi complessi che prima non c’erano. Chi naviga e chatta e twitta, invece, non crea un bel niente. Usa solo quello che è già stato creato, e può anche non sapere niente se non pigiar tasti, aprir finestre, sfiorare schermi, introdurre usb, dvd, cd. È di questo che siamo tanto ammirati, e di cui parliamo come strabilianti Nuove abilità dei Nuovi giovani?
[II, 3, 5, pag. 161]
È uno strano atteggiamento, quello dell’autrice, secondo cui essere semplici utenti è disdicevole. Se bisogna saper creare per poter essere degni utilizzatori, allora non potrei mai essere un buon automobilista finché non imparo a montare un motore a quattro cilindri, e non mi potrei avvicinare a una chitarra elettrica senza studiare ingegneria del suono. Forse sto interpretando male, ma mi sembra che dunque ogni persona che debba prendere in mano un computer deve imparare almeno un linguaggio di programmazione. A quanto pare intende proprio questo:
I nostri ragazzi, quando escono da un liceo, son capaci di usare l’informatica e la Rete come strumenti di crescita della conoscenza, o solo per il divertimento e il consumo? Sanno confezionare una ricerca in meno di un’ora usando Wikipedia e PowerPoint, sanno prenotare un aereo via Internet, sono capaci di scaricare musica e film, di installare un nuovo gioco o un nuovo software, di montare un video e metterlo su YouTube. Ma non hanno la minima idea di come funzionano le telecomunicazioni, o dell’organizzazione logica di un computer. Non padroneggiano alcun linguaggio di programmazione. Non conoscono nessun software scientifico, sia esso di tipo logico, di tipo matematico, di tipo statistico. Non sanno nulla di intelligenza artificiale.
[II, 3, 5, pagg. 162-163]
Il che suona ancor più bizzarro, considerata la concezione quasi artistica che Mastrocola ha dell’informatica, vista da lei come creazione mistica e non come problem solving (dato un problema, trovare un algoritmo che lo risolva), lo stesso problem solving che lei aveva criticato poche pagine prima:
Quando sento espressioni come «saper imparare» e «risolvere problemi» mi prende un senso di vuoto allo stomaco. Risulta lampante che il punto qui, oggi, è «risolvere problemi»: il mondo del futuro si apre a noi come un enorme e continuo «problema da risolvere» – per questo non ha più senso studiare, ma bisogna solo imparare a imparare. In genere quando leggo cose simili, per contrappunto, mi siedo e apro un libro, a caso. Il primo che mi viene, basta che sia un libro. Qualcosa che non c’entri col problem solving: non so, le poesie di Brodskij, la vita di Chagall, Astolfo sulla luna. Qualcosa che non mi faccia risolvere un bel niente, ma che mi porti via. Un cavallo, per esempio. Alato…
[II, 3, 3, pagg. 152-153]
Beata Mastrocola, che non ha problemi da risolvere! O meglio, un problema lo trova: trattenere le informazioni lette su Internet. Scrive infatti:
Dopo aver navigato per ore su Internet, personalmente ho la sensazione d’aver passato il tempo, e basta. Un nauseabondo senso del nulla. Novello spleen dell’era digitale. Mi par d’essere scivolata sull’acqua di un lago torpido. E mi accorgo all’improvviso di essere in grado di ricostruire ben poco di tutti i viaggi compiuti, i luoghi raggiunti, le cose viste. Non abbiamo trattenuto niente, perché ci siamo limitati a guardare, leggere, stampare: non abbiamo studiato, e quindi alla fine NON SAPPIAMO NIENTE.
[II, 3, 5, pag. 164]
A parte il fatto che una frase non diventa automaticamente vera se viene scritta in maiuscolo (ed è orribile a vedersi su un libro stampato), Mastrocola infila qui un pressapochismo dietro l’altro, per non dire veri e propri errori. Dà per scontato che lo studio è l’unico modo per imparare, come se le nozioni non si depositassero come granelli di polvere nella nostra mente ogni volta che leggiamo qualcosa. Scrive invece:
Non è che, usando il supporto video, magicamente le cose si trasferiscono nella nostra mente e lì dimorano per sempre rendendoci sapienti! Magari fosse così… Questo maledetto sforzo di memorizzare e organizzare e trattenere bisogna che lo facciamo sempre e comunque. [II, 3, 5, pag. 165]
Ha parzialmente ragione, ma non è che i libri funzionino diversamente. Ammetto che dei tanti saggi che ho letto non ricordo i dettagli: colpa mia che non li ho letti con attenzione? E se invece le notizie e i concetti si accumulassero pian piano, pagina web dopo pagina web?
Inoltre Mastrocola dà per ovvio che ciò che si trova su Internet è «un lago torpido», mentre in verità i contenuti di qualità ci sono, basta trovarli. (Ed è su questo punto che bisogna insistere: Internet è talmente sconfinata che gli utenti inesperti non sanno filtrare da soli i contenuti migliori.)
Appare ovvio a questo punto che Mastrocola naviga con difficoltà nel periglioso mare di Internet e delle nuove tecnologie, è talmente confusa da sfornare un paragrafo completamente privo di senso:
Anche perché Internet è piuttosto disorientante, direi: non ci dice mai dove siamo, è una stupenda nave che ci porta ovunque, nello spazio e nel tempo, è Star Trek: ci conduce nello spazio infinito, ma omette le coordinate. Ci porta esattamente dove noi gli chiediamo di andare, ma ci nasconde il viaggio, il percorso, le tappe. Gli diciamo: Portami a Shanghai! E lui i un attimo ci porta. Sì… ma dov’è Shanghai? Se noi non lo sappiamo, non ci serve averla trovata.
[II, 3, 5, pag. 165]
Disorientante? Star Trek? Coordinate? “Portami a Shanghai”? Dài, un computer non è un calesse. (E comunque, grazie a Internet non è difficile sapere dov’è Shanghai.) Tutto questo paragrafo non ha senso, e quando l’ho finito, mi sono seriamente chiesto che diamine avessi letto.
Conclude la lista delle cosiddette “nuvole” minacciose del web e delle tecnologie la nube della “frammentazione”, del multitasking, del fare troppe cose senza soffermarsi su nessuna. L’autrice cita ovviamente Chris Anderson e la sua favoletta del «Web is dead», che i più considerano una frettolosa stupidaggine; ma lei non ci crede (non è che facciamo, cito, «un super zapping colossale»?) e preferisce dar retta a una ragazzetta di sedici anni che, chissà come, è riuscita a scrivere sui giornali della movida dell’Egeo:
Tanto per capirci, ho letto che ai ragazzi non piace più andare al cinema. Lo sapete perché? Lo ha detto una di loro, quella sedicenne che ha raccontato sui giornali, estate 2010, la sua vacanza nell’isola greca di Ios […]; ha detto che i suoi coetanei non vanno neanche più al cinema perché un film dura due ore, e loro non riescono più a stare fermi per due ore! Ecco, questo mi preoccupa.
[II, 3, 5, pag. 170]
Peccato che la professoressa impari le ultime tendenze dei giovani dai quotidiani e non dai suoi studenti: saprebbe che in verità la quasi totalità dei giovani è ancora capace di seguire un film nella sua interezza. Non abbocchiamo di nuovo alle solite esagerazioni, suvvia.
A dirla tutta, la maggior parte delle critiche che occupano la seconda parte del libro (il capitolo dedicato alle colpe) sono comprensibili e qualche volta più che condivisibili. Ma questa sezione dedicata a Internet è un pullulare di approssimazioni, di errori e di facili luoghi comuni, che suscitano seri dubbi sull’affidabilità dell’intero ragionamento. Non nego che una buona dose di senso critico nei confronti della Rete possa essere benefica, ma è ridicolo farlo in questi termini.
Nella prossima parte: ma allora, che scopo vogliamo dare alla scuola?