Questa è la prima parte (su tre) di una megarecensione del saggio Togliamo il disturbo di Paola Mastrocola (editore Guanda). I brani sono stati riportati a scopo di commento e di critica.
Parte prima: la scuola che non c’è
Il problema, quando si parla di scuola, è che il più delle volte non si parla affatto di scuola.
Non si parla dei problemi dei ragazzi, non si parla dei libri di testo, non si parla dei temi in classe, non si parla delle interrogazioni, non si parla delle classi strapiene, non si parla degli edifici vecchi. Si parla semmai di voti medi, di prove standardizzate, di competenze, di abilità, di internazionalizzazione, delle tre “I” – cose che, è vero, fanno pur sempre parte del modello di scuola che vorremmo, ma è ben lontana dalla concretezza. È naturale: gli adulti che parlano di scuola (pennivendoli dei quotidiani e soloni della pedagogia) spesso ne hanno solo un ricordo vago, fumoso.
Ci si può illudere e pensare che, per una volta che un professore si mette a scrivere il proprio punto di vista, avrà il coraggio di raccontarci qualche aneddoto di vita scolastica reale, qualche esempio di problematica educativa, qualche minima osservazione antropologica sulle nuove generazioni.
Non è però il caso di Togliamo il disturbo, l’ultimo libro di Paola Mastrocola. Pur essendo l’autrice una professoressa di liceo scientifico, gli aneddoti personali sono pochissimi e la sensazione che si prova fin dai primi capitoli è che la scuola resta comunque qualcosa di impalpabile, privo di concretezza. Prendiamo per esempio i ragazzi. Sono l’anima della scuola, ci immaginiamo che siano il soggetto principale del libro. Non dovrebbe essere così?
Invece gli adolescenti in questo libro sono praticamente assenti, dimenticati dopo essere stati ridotti dalla stessa autrice a stereotipi semplicistici:
Sostiamo l’occhio sui loro capelli nero-viola tinto, i giubbotti troppo stretti, i piercing al naso, le loro ragazze strizzate nei jeans stretch, caviglie inanellate, scarpine traballanti sul tacco. Guardiamo sfacciatamente, da antropologi senza pietà, come codesti giovani procedono in massa compatta, e tagliano l’aria come un esercito lento e assonnato […] Sostano l’intero pomeriggio. Davanti a negozi di elettronica, bar, mercati, outlet. Anche davanti a niente, sostano e basta. Rumorosamente stanno. Ridono, sgomitano, strattonano. Si appendono ai reciproci giubbotti e dondolano, ondeggiano. Sono una corrente umana, un’acqua densa che si sposta. Oppure penetrano, le mani a pugno in tasca, nei templi dell’abbigliamento low cost. Zara, H&M. Guardiamo cosa comprano, cosa toccano, cosa provano. Ascoltiamo come parlano, gridano, mugugnano. Fanno versi gutturali, mezze sillabe. Gracchiano, ululano, grugniscono, ruttano. Ogni tanto si spintonano, si insultano, si palpano. Fumando, bevendo birra, beveroni rossi o verdi.
[I, 1, 9, pagg. 45-46]
E dire che Mastrocola ammette implicitamente di stereotipare e lo giustifica a priori:
Lo so che ci sono dei giovani meravigliosi che studiano molto, sono eleganti e sobri, vanno a teatro e fanno volontariato. Ma sono una minoranza così esigua che non me ne occupo, sono felice che esistano […] Sono gli altri che mi preoccupano: la cosiddetta massa. […] La massa non è una parola, e tantomeno una parola politica da addobbare di palline ideologiche come un alberello di Natale. Ha una sua consistenza fisica enorme, è un oggetto gigantesco, ingombrante e incombente e molto complesso, che occupa in misura considerevole il mondo (in particolare il centro delle nostre città, il sabato pomeriggio). Vogliamo occuparcene davvero?
[I, 1, 9, pag. 47]
Insomma, i buoni sono pochi e dunque non vale la pena farci caso; piuttosto, l’autrice vuole affrontare il problema della “massa” dopo aver lei stessa raggruppato forzatamente un’intera generazione nella macchietta di cui sopra. Eppure questa massa rimane tale, non viene analizzata, non viene spiegata, non si tenta neppure di comprenderla. C’è solo una critica pesante e spietata, al limite dello sberleffo.
Ovviamente, agli irrisi non vengono dati né un nome, né una descrizione, né un background. La professoressa, che potrebbe fungere da tramite fra noi e la nuova generazione, potrebbe presentarceli. Potrebbe prendere uno di quei truzzi di cui ha parlato male, dirci il suo nome, la sua famiglia, il lavoro che fa ogni estate, i suoi sogni, per quanto banali che essi siano. Ecco che un anonimo diventa una persona sempre più completa, con i suoi problemi e con le sue (poche) virtù, e possiamo finalmente di capire perché: perché non studia, perché all’interrogazione fa scena muta, perché pensa più ai jeans che al Tasso?
Figuriamoci, poi, se viene addirittura ceduta la parola a qualche ragazzo. Anche solo per chiedere a loro: che ne pensate della scuola? Vale la pena darsi da fare? Perché sì, perché no? Non ci tenete a imparare cose nuove? Che cosa vorreste fare? Come vi preparereste invece voi per il futuro? Certo, le loro risposte sarebbero banali e ingenue, ma sarebbe un piccolo passo per instaurare un dialogo, un tentativo di comprenderli, questi benedetti ragazzi. I discorsi diretti vengono concessi a Baricco, Maazel, Rampini e Franzen; nel libro, invece, non c’è nessun adolescente che dica la sua.
Ma allora da dove trova Mastrocola gli spunti sulla vita dei giovani d’oggi, dei ragazzi in cui lei stessa insegna? Basta leggere come iniziano tali riflessioni:
A volte penso a come tornano a casa i miei allievi che hanno preso 4. Quando lo diranno e a chi. A madri indaffarate in carriera o dimesse e sconsolate, donne separate e sole che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, o signore con SUV, prestigioso marito, baby-sitter e palestra. Chissà. [I, 1, 6, pag. 31]
Vi chiedo quindi, adesso, di condividere una visione: facciamo il gioco di disegnare nella nostra mente uno di loro, lo studente quindicenne medio. Il tipo base, insomma. Decidiamo che si chiama Cardo di cognome e Edoardo di nome, ma lo chiamano Dedo. […] Che cosa fa Dedo Cardo nel pomeriggio? Come passa la giornata da quando esce da scuola fino a sera? Proviamo a immaginare. Venite con me, accompagniamolo mentalmente a casa, vediamo un po’: il «pomeriggio medio-neutro» dello «studente medio-neutro». [I, 1, 7, pagg. 34-35]
Non è difficile sapere come vive un adolescente: basta chiederglielo. Ciò è ancor più facile se si passa una dozzina di ore alla settimana nella sua stessa aula. Se invece Mastrocola preferisce affidarsi alla propria fantasia, allora nasce il sospetto che non siano solo gli studenti a fare ostruzionismo e che anche i professori, disinteressatisi al dialogo, si siano rintanati nelle proprie trincee, in quel campo di battaglia che è la scuola di oggigiorno.
Questo è il motivo essenziale per cui questo libro non sembra neppure parlare di scuola. Degli studenti c’è solo l’ombra, ridicola e ridicolizzata; l’ambiente scolastico è del tutto dimenticato ed inesistente, pochi perfino i colleghi. Le parole scambiate con gli alunni sono scarse e prive d’interesse. Quando il professore parla, i ragazzi non ascoltano; ma anche quando parlano i ragazzi, a quanto pare, sono i docenti a non sentire. Questa è la percezione che si ricava da Togliamo il disturbo.
Se invece volete qualcosa di più concreto, prendete Cuore di De Amicis, piuttosto. Oppure cercate i blog di quei professori che ci mettono davvero l’anima: trovarli non è difficile.
Domani, nella seconda parte: di chi è la colpa?







Pingback: Il disturbo della professoressa (1) | mıcrorama
Pingback: Il disturbo della professoressa (2) | mıcrorama
Pingback: Il disturbo della professoressa (3) | mıcrorama