Il disturbo della professoressa (3)

Questa è la terza parte di una megarecensione del saggio Togliamo il disturbo di Paola Mastrocola (editore Guanda). La prima parte è qui, la seconda è qua. I brani sono stati riportati a solo scopo di commento e di critica.

Terza parte: dare un senso a questa scuola

Stando a Mastrocola, lo scopo della scuola dovrebbe e potrebbe essere quello di insegnare nozioni, nel senso generico e positivo di conoscenza.

Avere nozione di qualcosa, dunque, vuol dire sapere. Conoscere. Il marinaio ha nozione dei venti, delle rotte, dei porti. Il contadino ha nozione dei trattori, del fieno, della trebbiatura. L’ingegnere ha nozione del cemento armato, delle fondamenta. Il panettiere ha nozione dei diversi tipi di farina, e di lievito, e di forni. L’insegnante di lettere ha nozione della grammatica e della letteratura. Non è peccato avere nozioni. Anzi, dovrebbe esere necessario, qualsiasi mestiere sia il nostro. Quindi, la scuola dovrebbe insegnare nozioni: dovrebbe condurre alla conoscenza, a che altro se no?
[II, 2, 1, pagg. 106-107]

Il principio è tutto sommato condivisibile. Però la nozione del panettiere e del contadino non è la nozione insegnata a scuola: viene preferita quella classico-scientifica dei nostri licei, fatta di biografie dei filosofi, formule chimiche e versioni di latino. In questo sono d’accordo con Mastrocola, una formazione di questo tipo non è per nulla esecrabile, anzi è un prezioso lusso della nostra civiltà. Dobbiamo però chiederci a quale scopo lo vogliamo fare: perché è utile o solo per uno sfoggio di cultura?

È un dubbio genuino che nasce leggendo il libro. Nella sezione dedicata ai mali di Internet, infatti, è raccontato questo significativo aneddoto:

Giorni fa un amico che insegna Statistica a Scienze della Formazione mi ha raccontato il seguente fatto. Comincia il suo corso e, per accertarsi che i suoi allievi possiedano le conoscenze di base necessarie, chiede loro quanti ricordano che cosa sia una relazione di equivalenza. Alza la mano un solo studente, e il mio amico si stupisce molto perché secondo lui la relazione di equivalenza è normalmente argomento di studio alle superiori. Quindi cambia leggermente la domanda: chiede quanti di loro, pur non ricordando l’argomento, ricordano comunque di averlo studiato al liceo. Questa volta alzano la mano quasi tutti, e sono circa un centinaio. Perbacco, dice il mio amico, ma dunque ricordate d’aver fatto una cosa, ma non ricordate la cosa?
[II, 3, 5, pag. 166]

Ecco un aneddoto mio: io alle scuole medie ho studiato tedesco, per tre anni. Me lo sono dimenticato praticamente tutto, tanto che proprio l’altro giorno ho scoperto di non ricordarmi neppure i giorni della settimana. Semplicemente, non avendo alcuna occasione di applicare il mio (terribile) tedesco, esso è scivolato nell’oblio. Ma è nell’ordine naturale delle cose dimenticarsi ciò che non si utilizza con costanza, dal Donnerstag alla relazione di equivalenza.

Mastrocola si scandalizza per i diciannovenni che non si ricordano una definizione che hanno studiato quattro anni prima, e mai più applicato. Dunque lo studio, se ho capito bene, dovrebbe essere un continuo ripetere di nozioni che non applichiamo mai. Una perdita di tempo, insomma. Sono certo che Mastrocola non intende questo. In verità sa bene perché studiamo, ma non lo esplicita, ne fa un esempio en passant (parlando d’altro, nella sua filippica contro Internet):

Faccio un esempio: prendiamo una frase che esprime un mio giudizio su un piatto di verdure che assaggio al ristorante e mi pare particolarmente variopinto e trasgressivo; ebbene, io posso dire «che piatto futurista!», per analogia con lo Zang Tumb Tumb di Marinetti. Lo posso fare perché «so» il Futurismo […]
[II, 3, 5, pag. 167]

Si può uscire da scuola senza ricordarsi quando è stato pubblicato il Manifesto del Futurismo o che cos’è una relazione di equivalenza, eppure rimane un substrato di conoscenze di base che col passare del tempo non viene dimenticato e ci permette di cogliere e costruire analogie, giudizi e ragionamenti. Come diceva un direttore di Harvard, «l’educazione è ciò che rimane quando ci si è dimenticati di tutto ciò che è stato imparato», ed è questa conoscenza che la scuola deve sviluppare ed incoraggiare.

La conoscenza residua è fondamentale soprattutto in certe materie. In storia ci si può scordare delle battaglie della Seconda Guerra Mondiale, ma non le foto e le testimonianze dai campi di concentramento. In scienze è comprensibile se ci si dimentica dell’adenosintrifosfato, ma le nozioni utili sul consumo di grassi e proteine rimangono per sempre. In filosofia è chiaro che i titoli dei libri scivoleranno via dalla mente, ma concetti semplici e carini come il dubbio socratico, l’imperativo categorico e la falsificabilità, una volta conosciuti, non sfuggono. Gli esempi, vedete, si sprecano.

Se poi pensiamo che è sulla base di questa conoscenza che le persone decidono per chi votare, che cosa comprare, quali persone frequentare, che cosa mangiare, come muoversi e così via, comprendiamo l’importanza sociale della scuola. Sotto questa luce, la proposta finale di Mastrocola appare non solo assurda, ma anche pericolosa.

Infatti alla fine del libro (spoiler alert!) l’autrice abbandona ogni forza, torna sui propri passi e concede che chi non vuole dedicarsi allo studio possa farlo, benché in apposite scuole. Distingue in tutto tre possibili tipi di scuole: la work-school, una sorta di istituto tecnico (in cui comunque bisognerebbe insegnare «ad amare la lettura, e l’ascolto della musica, e la contemplazione di opere d’arte»), la knowledge-school, ovvero un liceo tradizionale dove si studia tanto, e la communication-school, un liceo “leggero”, ispirato al neopedagogismo democratico, un liceo così descritto:

Sarà il regno di: Internet, tecnologie, linguaggi multimediali, metodo, saperi pratici, approccio esperienziale, connessioni, videogioco, gioco, interazione, lavoro di gruppo, socializzazione, territorio, progetti, attività extracurricolari, educazioni varie (stradale, alimentare, alla cittadinanza), abilità, competenze, centralità dello studente, valutazione, misurazione, certificazione. Tanto per intenderci, no Torquato Tasso, of course…
[III, 3, 3, pag. 247]

(Mi mette i brividi il pensiero che i giornalisti del futuro, magari quelli che ci spiegheranno le ultime scoperte di fisica delle particelle, possano uscire da queste scuole. Misericordia.)

Sorprende che Mastrocola, dopo essersi lamentata fin troppo a lungo dello stato pietoso delle nuove generazioni, conceda loro la libertà di non studiare frequentando queste communication-school. È vero che non tutti sono portati allo studio pesante, ma è un male – anzi, un bene – necessario, se vogliamo che tutti gli adulti del futuro abbiano le giuste conoscenze di base, quanto basta per saper discutere dell’attualità con cognizione di causa, e per compiere le giuste scelte per sé e per gli altri. Dopotutto, come recita la quinta legge della stupidità, «la persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista» e lo scopo della scuola è, fra le tante sue missioni, proprio arginare il dilagarsi della stupidità.

Ma sicuramente questo Mastrocola lo sa, altrimenti non si auspicherebbe lo studio delle arti perfino nelle work-school, per quanto superficiale. Quella delle communication-school è dunque un contentino, un compromesso: voi che non volete studiare, voi che non volete far studiare i vostri figli, tenetevi queste scuolacce, mentre noi che vogliamo darci da fare ci teniamo le scuole migliori.

È un atteggiamento da cui traspare una chiara stanchezza. Eppure penso che non sia il momento di farsi stancare dall’altrui ignoranza, che danneggia e danneggerà anche noi buone persone. Bisogna tornare al principio, alla voglia di fare, alla speranza che in teoria deve animare il concetto di scuola: che tutti studino, allo scopo di essere persone migliori. E non bisogna farsi distrarre dai pifferai magici che cantano di una scuola priva di fatica e di impegno.

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