Non avrei dovuto chiedere a questo mio conoscente – un mezzo amico, diciamo – che film avesse salvati nell’hard disk. «Non molto», risponde, «però ho Piranha 3D. Ti devo far vedere qualche passaggio, fa troppo ridere!».
Così sono incappato in quelli che facilmente sono i peggiori minuti di cinema che abbia mai visto in vita mia. La trama non c’è, è solo un pretesto per passare dal party hard on the beach (con topless femminili d’ordinanza) alle mutilazioni fresche e sanguinolente, mostrate nel loro più grafico orrore: uomini e donne vivi nonostante ne siano rimaste solo le ossa dalla vita in giù, pesci che azzannano i bulbi oculari, capelli che, impigliandosi alle eliche dei motoscafi, si portano via lo scalpo al primo colpo di motore.
E io mi chiedevo: è a questo che si è ridotto il cinema d’oggi?
Certo, certo, si potrebbe stare a discutere e a dire che l’offerta è variegata, che ci sono film per tutti i gusti (beh, non proprio), che basta vedere la lista degli Oscar, dei Golden Globe e dei Leoni d’Oro per capire che qualche film degno di essere visto esiste ancora. E grazie tante, lo sappiamo tutti.
Qui, signori, siamo a un livello più avanzato. Se una volta c’erano i film “così brutti da essere belli”, questo è furbescamente studiato a tavolino per esserlo – o meglio, cercare di esserlo. È calcolato per soddisfare quei bisogni primitivi della nostra mente: godersi la vista del sangue e di qualche coscia femminile e farsi qualche risata stupida. E, soprattutto, sentirsi superiori a qualcun altro.
Infatti i miei compagni di visione si giustificavano snobbandolo: è una cagata pazzesca, ergo fa ridere. Cadevano nel tranello che i produttori del film avevano teso: è un film che parte con l’intenzione di essere stupido, per accattivarsi subdolamente l’approvazione del pubblico (e la ottiene: ha la sufficienza su IMDB), che si ritiene superiore al film stesso. È l’ormai classica strategia dei cinepanettoni: lasciar perdere la dignità – a chi interessa, di questi tempi? – ed ingozzarsi in una grande abbuffata di merda (scusate). Cosicché lo spettatore crede di fare bella figura perché di merda (scusate) ha mangiato solo una porzione.
Il problema è che di questi tempi una gran fetta dell’industria della cultura e dell’intrattenimento è volta a soddisfare quell’ormai crescente bisogno di sentirsi superiori agli altri. Non sto parlando solo di quelle “popstar della cultura”, come Coelho ed Allevi, che vivono del gusto del popolino per i facili sentimenti e per il pathos. Esistono infiniti modi per lusingare il pubblico facendogli credere di essere intelligente e raffinato.
Prendiamo per esempio Justin Bieber – lo so, lo so, ma vi prego di seguirmi. Ormai Bieber non è più un prodotto per ragazzine, bensì uno specchietto per le allodole maggiorenni, le quali, dopo essersi sentite superiori burlandosi di lui, si tuffano ad ascoltare musica pop di fattura non migliore. Per questo, nei telefilm, Bieber ha il ruolo del giovanotto trafitto dalle pallottole: a chi non piacerebbe vedere la propria nemesi fare quella fine? Altro esempio, di diverso genere: Striscia la notizia, che usa facili servizi contro truffatori da quattro soldi come eccipiente a balletti scosciati e ad umorismo di infima lega.
È facile intuire perché ci sia questo bisogno: ognuno ama le adulazioni, specialmente quelle implicite e sottili. Se vogliamo sprofondarci in riflessioni sociologiche, potremmo pensare che, assottigliatosi il divario economico fra le classi, i nuovi arricchiti vogliano superare anche quello culturale. Chissà. Però col tempo ho imparato che molte delle cose che ho apprezzato in passato, col senno di poi si sono rivelate vere e proprie vaccate, anche le più insospettabili. Stiamo attenti: anche quello che ci piace e che riteniamo intelligente può essere una colossale baggianata.






