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		<title>Boiate pazzesche (il bisogno di sentirsi superiori)</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Apr 2011 17:06:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non avrei dovuto chiedere a questo mio conoscente – un mezzo amico, diciamo – che film avesse salvati nell’hard disk. «Non molto», risponde, «però ho Piranha 3D. Ti devo far vedere qualche passaggio, fa troppo ridere!». Così sono incappato in &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/04/27/boiate-pazzesche-il-bisogno-di-sentirsi-superiori/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=1004&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non avrei dovuto chiedere a questo mio conoscente – un mezzo amico, diciamo – che film avesse salvati nell’hard disk. «Non molto», risponde, «però ho <em>Piranha 3D</em>. Ti <em>devo</em> far vedere qualche passaggio, fa <em>troppo</em> ridere!».</p>
<p>Così sono incappato in quelli che facilmente sono i peggiori minuti di cinema che abbia mai visto in vita mia. La trama non c’è, è solo un pretesto per passare dal <em>party hard on the beach</em> (con topless femminili d’ordinanza) alle mutilazioni fresche e sanguinolente, mostrate nel loro più grafico orrore: uomini e donne vivi nonostante ne siano rimaste solo le ossa dalla vita in giù, pesci che azzannano i bulbi oculari, capelli che, impigliandosi alle eliche dei motoscafi, si portano via lo scalpo al primo colpo di motore.</p>
<p>E io mi chiedevo: è a questo che si è ridotto il cinema d’oggi?</p>
<p>Certo, certo, si potrebbe stare a discutere e a dire che l’offerta è variegata, che ci sono film per tutti i gusti (beh, non proprio), che basta vedere la lista degli Oscar, dei Golden Globe e dei Leoni d’Oro per capire che qualche film degno di essere visto esiste ancora. E grazie tante, lo sappiamo tutti.</p>
<p>Qui, signori, siamo a un livello più avanzato. Se una volta c’erano i film “così brutti da essere belli”, questo è furbescamente studiato a tavolino per esserlo – o meglio, cercare di esserlo. È <em>calcolato</em> per soddisfare quei bisogni primitivi della nostra mente: godersi la vista del sangue e di qualche coscia femminile e farsi qualche risata stupida. E, soprattutto, sentirsi superiori a qualcun altro.</p>
<p>Infatti i miei compagni di visione si giustificavano snobbandolo: <em>è una cagata pazzesca, ergo fa ridere</em>. Cadevano nel tranello che i produttori del film avevano teso: è un film che parte con l’intenzione di essere stupido, per accattivarsi subdolamente l’approvazione del pubblico (e la ottiene: <a href="http://akas.imdb.com/title/tt0464154/">ha la sufficienza su IMDB</a>), che si ritiene superiore al film stesso. È l’ormai classica strategia dei cinepanettoni: lasciar perdere la dignità – a chi interessa, di questi tempi? – ed ingozzarsi in una grande abbuffata di merda (scusate). Cosicché lo spettatore crede di fare bella figura perché di merda (scusate) ha mangiato solo una porzione.</p>
<p>Il problema è che di questi tempi una gran fetta dell’industria della cultura e dell’intrattenimento è volta a soddisfare quell’ormai crescente bisogno di sentirsi superiori agli altri. Non sto parlando solo di quelle “popstar della cultura”, come Coelho ed Allevi, che vivono del gusto del popolino per i facili sentimenti e per il <em>pathos</em>. Esistono infiniti modi per lusingare il pubblico facendogli credere di essere intelligente e raffinato.</p>
<p>Prendiamo per esempio Justin Bieber – lo so, lo so, ma vi prego di seguirmi. Ormai Bieber non è più un prodotto per ragazzine, bensì uno specchietto per le allodole maggiorenni, le quali, dopo essersi sentite superiori burlandosi di lui, si tuffano ad ascoltare musica pop di fattura non migliore. Per questo, nei telefilm, Bieber ha il ruolo del giovanotto trafitto dalle pallottole: a chi non piacerebbe vedere la propria nemesi fare quella fine? Altro esempio, di diverso genere: <em>Striscia la notizia</em>, che usa facili servizi contro truffatori da quattro soldi come eccipiente a balletti scosciati e ad umorismo di infima lega.</p>
<p>È facile intuire perché ci sia questo bisogno: ognuno ama le adulazioni, specialmente quelle implicite e sottili. Se vogliamo sprofondarci in riflessioni sociologiche, potremmo pensare che, assottigliatosi il divario economico fra le classi, i nuovi arricchiti vogliano superare anche quello culturale. Chissà. Però col tempo ho imparato che molte delle cose che ho apprezzato in passato, col senno di poi si sono rivelate vere e proprie vaccate, anche le più insospettabili. Stiamo attenti: anche quello che ci piace e che riteniamo intelligente può essere una colossale baggianata.</p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/arti/cinema/'>Cinema</a> Tagged: <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/bisogni-primari/'>bisogni primari</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/cinepanettoni/'>cinepanettoni</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/film/'>film</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/piranha-3d/'>Piranha 3D</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/striscia-la-notizia/'>Striscia la notizia</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/1004/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/1004/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/1004/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/1004/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/1004/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/1004/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/1004/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/1004/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/1004/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/1004/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/1004/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/1004/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/1004/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/1004/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=1004&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il disturbo della professoressa (3)</title>
		<link>http://microrama.wordpress.com/2011/04/13/il-disturbo-della-professoressa-3/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 08:05:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa è la terza parte di una megarecensione del saggio Togliamo il disturbo di Paola Mastrocola (editore Guanda). La prima parte è qui, la seconda è qua. I brani sono stati riportati a solo scopo di commento e di critica. &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/04/13/il-disturbo-della-professoressa-3/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=990&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa è la terza parte di una megarecensione del saggio </em>Togliamo il disturbo <em>di Paola Mastrocola (editore Guanda). La prima parte è <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/04/11/il-disturbo-della-professoressa-1/">qui</a>, la seconda è <a title="Il disturbo della professoressa (2)" href="http://microrama.wordpress.com/2011/04/12/il-disturbo-della-professoressa-2/">qua</a>. </em><em>I brani sono stati riportati a solo scopo di commento e di critica.</em></p>
<h3>Terza parte: dare un senso a questa scuola</h3>
<p>Stando a Mastrocola, lo scopo della scuola dovrebbe e potrebbe essere quello di insegnare nozioni, nel senso generico e positivo di conoscenza.</p>
<blockquote><p>Avere nozione di qualcosa, dunque, vuol dire sapere. Conoscere. Il marinaio ha nozione dei venti, delle rotte, dei porti. Il contadino ha nozione dei trattori, del fieno, della trebbiatura. L’ingegnere ha nozione del cemento armato, delle fondamenta. Il panettiere ha nozione dei diversi tipi di farina, e di lievito, e di forni. L’insegnante di lettere ha nozione della grammatica e della letteratura. Non è peccato avere nozioni. Anzi, dovrebbe esere necessario, qualsiasi mestiere sia il nostro. Quindi, la scuola <em>dovrebbe</em> insegnare nozioni: dovrebbe condurre alla <em>conoscenza</em>, a che altro se no?<br />
[II, 2, 1, pagg. 106-107]</p></blockquote>
<p>Il principio è tutto sommato condivisibile. Però la nozione del panettiere e del contadino non è la nozione insegnata a scuola: viene preferita quella classico-scientifica dei nostri licei, fatta di biografie dei filosofi, formule chimiche e versioni di latino. In questo sono d’accordo con Mastrocola, una formazione di questo tipo non è per nulla esecrabile, anzi è un prezioso lusso della nostra civiltà. Dobbiamo però chiederci a quale scopo lo vogliamo fare: perché è utile o solo per uno sfoggio di cultura?</p>
<p>È un dubbio genuino che nasce leggendo il libro. Nella sezione dedicata ai mali di Internet, infatti, è raccontato questo significativo aneddoto:</p>
<blockquote><p>Giorni fa un amico che insegna Statistica a Scienze della Formazione mi ha raccontato il seguente fatto. Comincia il suo corso e, per accertarsi che i suoi allievi possiedano le conoscenze di base necessarie, chiede loro quanti ricordano che cosa sia una relazione di equivalenza. Alza la mano un solo studente, e il mio amico si stupisce molto perché secondo lui la relazione di equivalenza è normalmente argomento di studio alle superiori. Quindi cambia leggermente la domanda: chiede quanti di loro, pur non ricordando l’argomento, ricordano comunque di averlo studiato al liceo. Questa volta alzano la mano quasi tutti, e sono circa un centinaio. Perbacco, dice il mio amico, ma dunque ricordate d’aver fatto una cosa, ma non ricordate la cosa?<br />
[II, 3, 5, pag. 166]</p></blockquote>
<p>Ecco un aneddoto mio: io alle scuole medie ho studiato tedesco, per tre anni. Me lo sono dimenticato praticamente tutto, tanto che proprio l’altro giorno ho scoperto di non ricordarmi neppure i giorni della settimana. Semplicemente, non avendo alcuna occasione di applicare il mio (terribile) tedesco, esso è scivolato nell’oblio. Ma è nell’ordine naturale delle cose dimenticarsi ciò che non si utilizza con costanza, dal <em>Donnerstag</em> alla relazione di equivalenza.</p>
<p>Mastrocola si scandalizza per i diciannovenni che non si ricordano una definizione che hanno studiato quattro anni prima, e mai più applicato. Dunque lo studio, se ho capito bene, dovrebbe essere un continuo ripetere di nozioni che non applichiamo mai. Una perdita di tempo, insomma. Sono certo che Mastrocola non intende questo. In verità sa bene perché studiamo, ma non lo esplicita, ne fa un esempio <em>en passant </em>(parlando d’altro, nella sua filippica contro Internet):</p>
<blockquote><p>Faccio un esempio: prendiamo una frase che esprime un mio giudizio su un piatto di verdure che assaggio al ristorante e mi pare particolarmente variopinto e trasgressivo; ebbene, io posso dire «che piatto futurista!», per analogia con lo Zang Tumb Tumb di Marinetti. Lo posso fare perché «so» il Futurismo […]<br />
[II, 3, 5, pag. 167]</p></blockquote>
<p>Si può uscire da scuola senza ricordarsi quando è stato pubblicato il Manifesto del Futurismo o che cos’è una relazione di equivalenza, eppure rimane un substrato di conoscenze di base che col passare del tempo non viene dimenticato e ci permette di cogliere e costruire analogie, giudizi e ragionamenti. Come diceva un direttore di Harvard, «l’educazione è ciò che rimane quando ci si è dimenticati di tutto ciò che è stato imparato», ed è questa conoscenza che la scuola deve sviluppare ed incoraggiare.</p>
<p>La conoscenza residua è fondamentale soprattutto in certe materie. In storia ci si può scordare delle battaglie della Seconda Guerra Mondiale, ma non le foto e le testimonianze dai campi di concentramento. In scienze è comprensibile se ci si dimentica dell’adenosintrifosfato, ma le nozioni utili sul consumo di grassi e proteine rimangono per sempre. In filosofia è chiaro che i titoli dei libri scivoleranno via dalla mente, ma concetti semplici e carini come il dubbio socratico, l’imperativo categorico e la falsificabilità, una volta conosciuti, non sfuggono. Gli esempi, vedete, si sprecano.</p>
<p>Se poi pensiamo che è sulla base di questa conoscenza che le persone decidono per chi votare, che cosa comprare, quali persone frequentare, che cosa mangiare, come muoversi e così via, comprendiamo l’importanza sociale della scuola. Sotto questa luce, la proposta finale di Mastrocola appare non solo assurda, ma anche pericolosa.</p>
<p>Infatti alla fine del libro (<em>spoiler alert!</em>) l’autrice abbandona ogni forza, torna sui propri passi e concede che chi non vuole dedicarsi allo studio possa farlo, benché in apposite scuole. Distingue in tutto tre possibili tipi di scuole: la <em>work-school</em>, una sorta di istituto tecnico (in cui comunque bisognerebbe insegnare «ad amare la lettura, e l’ascolto della musica, e la contemplazione di opere d’arte»), la <em>knowledge-school</em>, ovvero un liceo tradizionale dove si studia tanto, e la <em>communication-school</em>, un liceo “leggero”, ispirato al neopedagogismo democratico, un liceo così descritto:</p>
<blockquote><p>Sarà il regno di: Internet, tecnologie, linguaggi multimediali, metodo, saperi pratici, approccio esperienziale, connessioni, videogioco, gioco, interazione, lavoro di gruppo, socializzazione, territorio, progetti, attività extracurricolari, educazioni varie (stradale, alimentare, alla cittadinanza), abilità, competenze, centralità dello studente, valutazione, misurazione, certificazione. Tanto per intenderci, no Torquato Tasso, of course…<br />
[III, 3, 3, pag. 247]</p></blockquote>
<p>(Mi mette i brividi il pensiero che i giornalisti del futuro, magari quelli che ci spiegheranno le ultime scoperte di fisica delle particelle, possano uscire da queste scuole. Misericordia.)</p>
<p>Sorprende che Mastrocola, dopo essersi lamentata fin troppo a lungo dello stato pietoso delle nuove generazioni, conceda loro la libertà di non studiare frequentando queste <em>communication-school</em>. È vero che non tutti sono portati allo studio pesante, ma è un male – anzi, un bene – necessario, se vogliamo che tutti gli adulti del futuro abbiano le giuste conoscenze di base, quanto basta per saper discutere dell’attualità con cognizione di causa, e per compiere le giuste scelte per sé e per gli altri. Dopotutto, come recita <a title="it.wiki" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Maria_Cipolla#Teoria_della_stupidit.C3.A0">la quinta legge della stupidità</a>, «la persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista» e lo scopo della scuola è, fra le tante sue missioni, proprio arginare il dilagarsi della stupidità.</p>
<p>Ma sicuramente questo Mastrocola lo sa, altrimenti non si auspicherebbe lo studio delle arti perfino nelle <em>work-school</em>, per quanto superficiale. Quella delle <em>communication-school</em> è dunque un contentino, un compromesso: <em>voi che non volete studiare, voi che non volete far studiare i vostri figli, tenetevi queste scuolacce, mentre noi che vogliamo darci da fare ci teniamo le scuole migliori</em>.</p>
<p>È un atteggiamento da cui traspare una chiara stanchezza. Eppure penso che non sia il momento di farsi stancare dall’altrui ignoranza, che danneggia e danneggerà anche noi buone persone. Bisogna tornare al principio, alla voglia di fare, alla speranza che in teoria deve animare il concetto di scuola: che tutti studino, allo scopo di essere persone migliori. E non bisogna farsi distrarre dai pifferai magici che cantano di una scuola priva di fatica e di impegno.</p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/letture/'>Letture</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/category/scuole/'>Scuole</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/category/meta%e2%80%a6/verbosita/'>Verbosità</a> Tagged: <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/educazione/'>educazione</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/istruzione/'>istruzione</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/paola-mastrocola/'>Paola Mastrocola</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/scuola-italiana/'>scuola italiana</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/togliamo-il-disturbo/'>Togliamo il disturbo</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/990/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/990/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/990/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/990/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/990/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/990/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/990/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=990&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il disturbo della professoressa (2)</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 07:10:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questa è la seconda parte di una megarecensione del saggio Togliamo il disturbo di Paola Mastrocola (Guanda). La prima parte è qui. I brani sono stati riportati a solo scopo di commento e di critica. Parte seconda: Internet, ovvero il &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/04/12/il-disturbo-della-professoressa-2/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=983&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa è la seconda parte di una megarecensione del saggio </em>Togliamo il disturbo <em>di Paola Mastrocola (Guanda). La prima parte è <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/04/11/il-disturbo-della-professoressa-1/">qui</a>. </em><em>I brani sono stati riportati a solo scopo di commento e di critica.</em></p>
<h3>Parte seconda: Internet, ovvero il pessimismo</h3>
<p>In <em>Togliamo il disturbo</em>, Paola Mastrocola si dilunga nella critica a ciò che, a suo dire, avrebbe corrotto le nostre menti e, con essa, il sistema scolastico. Non mi voglio concentrare su alcune delle sue accuse, quelle al <em>donmilanismo</em>, al <em>rodarismo</em> e al neopedagogismo di stampo europeo; non me ne intendo di pedagogia, le opinioni dell’autrice sembrano in linea di massima comprensibili, ma mi piacerebbe sentire anche l’altra campana.</p>
<p>Non parliamo dunque di questo, lasciamolo agli esperti. Parliamo invece di un secondo soggetto, attaccato con veemenza nel libro, ritenuto il sintomo (e forse anche causa) dei mali moderni, un “nuovo mostro” da domare, un’icona da ridimensionare: Internet e le nuove tecnologie!</p>
<p>L’attacco parte con un’esagerazione, quella che tira in ballo la tecnodipendenza, come se fosse sufficiente a demonizzare tutto il mondo digitale:</p>
<blockquote><p>[Q]uando vedo la stragrande maggioranza dei nostri giovani perennemente occupati a smanettare e videare; quando incontro al ristorante i ragazzini che passano il tempo a tormentar tastierine sul piatto e non si scostano neanche quando arriva il cameriere con la pastasciutta […] quando li vedo ovunque con il pollice pulsante sul cellu o gli occhi incatenati alle micro-foto degli amici virtuali di Facebook; provo un’inquieta amarezza. Quando poi apprendo che «nel marzo 2010 è nata a Londra la prima clinica specializzata nella disintossicazione della mente infantile dalla dipendenza da Internet e videogiochi», e che anche qui da noi nascono negli ospedali nuovi ambulatori dove ci si occupa di curare il «morbo di Facebook», ebbene sì, mi preoccupo molto.<br />
[II, 3, 5, pag. 158]</p></blockquote>
<p>Non ha molto senso: è come preoccuparsi del sesso perché esiste la ninfomania, o del mangiare perché ci sono i bulimici. Prosegue Mastrocola poche righe dopo, mentre si chiede come vengano usati questi gingilli elettronici:</p>
<blockquote><p>A me sembra diverso usare un computer per scrivere un libro, leggere Cartesio, seguire un corso di russo on-line; oppure usarlo per sentire l’ultimo Ligabue, vedere una scenetta di Aldo Giovanni e Giacomo, giocare a Tetris o godersi su YouTube il filmato in cui quattro cretini provano a schiantarsi in auto contro un muro. […] Ad esempio, una cosa è fare informatica, un’altra è navigare, chattare, twittare. Sarebbe bene distinguere tra creare e usare: una cosa è creare un prodotto, una cosa è esserne semplicemente utenti. Ho l’impressione che i giovani siano soprattutto consumatori e utenti. E perlopiù, usano senza capire quel che usano, cioè come è fatto quel prodotto. Informatica è calcolo, è logica; vuol dire avere una sapienza, possedere nozioni anche di altissimo livello, con cui creare, inventare programmi complessi che prima non c’erano. Chi naviga e chatta e twitta, invece, non crea un bel niente. Usa solo quello che è già stato creato, e può anche non sapere niente se non pigiar tasti, aprir finestre, sfiorare schermi, introdurre usb, dvd, cd. È di questo che siamo tanto ammirati, e di cui parliamo come strabilianti Nuove abilità dei Nuovi giovani?<br />
[II, 3, 5, pag. 161]</p></blockquote>
<p>È uno strano atteggiamento, quello dell’autrice, secondo cui essere semplici utenti è disdicevole. Se bisogna saper creare per poter essere degni utilizzatori, allora non potrei mai essere un buon automobilista finché non imparo a montare un motore a quattro cilindri, e non mi potrei avvicinare a una chitarra elettrica senza studiare ingegneria del suono. Forse sto interpretando male, ma mi sembra che dunque ogni persona che debba prendere in mano un computer deve imparare almeno un linguaggio di programmazione. A quanto pare intende proprio questo:</p>
<blockquote><p>I nostri ragazzi, quando escono da un liceo, son capaci di usare l’informatica e la Rete come strumenti di crescita della conoscenza, o solo per il divertimento e il consumo? Sanno confezionare una ricerca in meno di un’ora usando Wikipedia e PowerPoint, sanno prenotare un aereo via Internet, sono capaci di scaricare musica e film, di installare un nuovo gioco o un nuovo software, di montare un video e metterlo su YouTube. Ma non hanno la minima idea di come funzionano le telecomunicazioni, o dell’organizzazione logica di un computer. Non padroneggiano alcun linguaggio di programmazione. Non conoscono nessun software scientifico, sia esso di tipo logico, di tipo matematico, di tipo statistico. Non sanno nulla di intelligenza artificiale.<br />
[II, 3, 5, pagg. 162-163]</p></blockquote>
<p>Il che suona ancor più bizzarro, considerata la concezione quasi artistica che Mastrocola ha dell’informatica, vista da lei come creazione mistica e non come <em>problem solving</em> (dato un problema, trovare un algoritmo che lo risolva), lo stesso <em>problem solving</em> che lei aveva criticato poche pagine prima:</p>
<blockquote><p>Quando sento espressioni come «saper imparare» e «risolvere problemi» mi prende un senso di vuoto allo stomaco. Risulta lampante che il punto qui, oggi, è «risolvere problemi»: il mondo del futuro si apre a noi come un enorme e continuo «problema da risolvere» – per questo non ha più senso <em>studiare</em>, ma bisogna solo <em>imparare a imparare</em>. In genere quando leggo cose simili, per contrappunto, mi siedo e apro un libro, a caso. Il primo che mi viene, basta che sia un libro. Qualcosa che non c’entri col <em>problem solving</em>: non so, le poesie di Brodskij, la vita di Chagall, Astolfo sulla luna. Qualcosa che non mi faccia risolvere un bel niente, ma che mi porti via. Un cavallo, per esempio. Alato…<br />
[II, 3, 3, pagg. 152-153]</p></blockquote>
<p>Beata Mastrocola, che non ha problemi da risolvere! O meglio, un problema lo trova: trattenere le informazioni lette su Internet. Scrive infatti:</p>
<blockquote><p>Dopo aver navigato per ore su Internet, personalmente ho la sensazione d’aver passato il tempo, e basta. Un nauseabondo senso del nulla. Novello <em>spleen</em> dell’era digitale. Mi par d’essere scivolata sull’acqua di un lago torpido. E mi accorgo all’improvviso di essere in grado di ricostruire ben poco di tutti i viaggi compiuti, i luoghi raggiunti, le cose viste. Non abbiamo trattenuto niente, perché ci siamo limitati a guardare, leggere, stampare: non abbiamo studiato, e quindi alla fine NON SAPPIAMO NIENTE.<br />
[II, 3, 5, pag. 164]</p></blockquote>
<p>A parte il fatto che una frase non diventa automaticamente vera se viene scritta in maiuscolo (ed è orribile a vedersi su un libro stampato), Mastrocola infila qui un pressapochismo dietro l’altro, per non dire veri e propri errori. Dà per scontato che lo studio è l’unico modo per imparare, come se le nozioni non si depositassero come granelli di polvere nella nostra mente ogni volta che leggiamo qualcosa. Scrive invece:</p>
<blockquote><p>Non è che, usando il supporto video, magicamente le cose si trasferiscono nella nostra mente e lì dimorano per sempre rendendoci sapienti! Magari fosse così… Questo maledetto sforzo di memorizzare e organizzare e trattenere bisogna che lo facciamo sempre e comunque. [II, 3, 5, pag. 165]</p></blockquote>
<p>Ha parzialmente ragione, ma non è che i libri funzionino diversamente. Ammetto che dei tanti saggi che ho letto non ricordo i dettagli: colpa mia che non li ho letti con attenzione? E se invece le notizie e i concetti si accumulassero pian piano, pagina web dopo pagina web?</p>
<p>Inoltre Mastrocola dà per ovvio che ciò che si trova su Internet è «un lago torpido», mentre in verità i contenuti di qualità ci sono, basta trovarli. (Ed è su questo punto che bisogna insistere: Internet è talmente sconfinata che gli utenti inesperti non sanno filtrare da soli i contenuti migliori.)</p>
<p>Appare ovvio a questo punto che Mastrocola naviga con difficoltà nel periglioso mare di Internet e delle nuove tecnologie, è talmente confusa da sfornare un paragrafo completamente privo di senso:</p>
<blockquote><p>Anche perché Internet è piuttosto disorientante, direi: non ci dice mai dove siamo, è una stupenda nave che ci porta ovunque, nello spazio e nel tempo, è <em>Star Trek</em>: ci conduce nello spazio infinito, ma omette le coordinate. Ci porta esattamente dove noi gli chiediamo di andare, ma ci nasconde il viaggio, il percorso, le tappe. Gli diciamo: Portami a Shanghai! E lui i un attimo ci porta. Sì… ma dov’è Shanghai? Se noi non lo sappiamo, non ci serve averla trovata.<br />
[II, 3, 5, pag. 165]</p></blockquote>
<p>Disorientante? <em>Star Trek</em>? Coordinate? “Portami a Shanghai”? Dài, un computer non è un calesse. (E comunque, grazie a Internet <a href="http://www.lmgtfy.com/?q=shanghai">non è difficile sapere dov’è Shanghai</a>.) Tutto questo paragrafo non ha senso, e quando l’ho finito, mi sono seriamente chiesto che diamine avessi letto.</p>
<p>Conclude la lista delle cosiddette “nuvole” minacciose del web e delle tecnologie la nube della “frammentazione”, del <em>multitasking</em>, del fare troppe cose senza soffermarsi su nessuna. L’autrice cita ovviamente Chris Anderson e la sua favoletta del «<a title="Wired" href="http://www.wired.com/magazine/2010/08/ff_webrip/all/1">Web is dead</a>», che i più considerano una frettolosa stupidaggine; ma lei non ci crede (non è che facciamo, cito, «<em>un super zapping colossale</em>»?) e preferisce dar retta a una ragazzetta di sedici anni che, chissà come, è riuscita a scrivere sui giornali della movida dell’Egeo:</p>
<blockquote><p>Tanto per capirci, ho letto che ai ragazzi non piace più andare al cinema. Lo sapete perché? Lo ha detto una di loro, quella sedicenne che ha raccontato sui giornali, estate 2010, la sua vacanza nell’isola greca di Ios […]; ha detto che i suoi coetanei non vanno neanche più al cinema perché un film dura due ore, e loro non riescono più a stare fermi per due ore! Ecco, questo mi preoccupa.<br />
[II, 3, 5, pag. 170]</p></blockquote>
<p>Peccato che la professoressa impari le ultime tendenze dei giovani dai quotidiani e non dai suoi studenti: saprebbe che in verità la quasi totalità dei giovani è ancora capace di seguire un film nella sua interezza. Non abbocchiamo di nuovo alle solite esagerazioni, suvvia.</p>
<p>A dirla tutta, la maggior parte delle critiche che occupano la seconda parte del libro (il capitolo dedicato alle colpe) sono comprensibili e qualche volta più che condivisibili. Ma questa sezione dedicata a Internet è un pullulare di approssimazioni, di errori e di facili luoghi comuni, che suscitano seri dubbi sull’affidabilità dell’intero ragionamento. Non nego che una buona dose di senso critico nei confronti della Rete possa essere benefica, ma è ridicolo farlo in questi termini.</p>
<p><em>Nella prossima parte: <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/04/13/il-disturbo-della-professoressa-3/">ma allora, che scopo vogliamo dare alla scuola?</a></em></p>
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		<title>Il disturbo della professoressa (1)</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 06:15:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa è la prima parte (su tre) di una megarecensione del saggio Togliamo il disturbo di Paola Mastrocola (editore Guanda). I brani sono stati riportati a scopo di commento e di critica. Parte prima: la scuola che non c’è Il &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/04/11/il-disturbo-della-professoressa-1/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=979&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa è la prima parte (su tre) di una megarecensione del saggio </em>Togliamo il disturbo<em> di Paola Mastrocola (editore Guanda). I brani sono stati riportati a scopo di commento e di critica.<br />
</em></p>
<h3>Parte prima: la scuola che non c’è<em><br />
</em></h3>
<p>Il problema, quando si parla di scuola, è che il più delle volte non si parla affatto di scuola.</p>
<p>Non si parla dei problemi dei ragazzi, non si parla dei libri di testo, non si parla dei temi in classe, non si parla delle interrogazioni, non si parla delle classi strapiene, non si parla degli edifici vecchi. Si parla semmai di voti medi, di prove standardizzate, di competenze, di abilità, di internazionalizzazione, delle tre “I” – cose che, è vero, fanno pur sempre parte del modello di scuola che vorremmo, ma è ben lontana dalla concretezza. È naturale: gli adulti che parlano di scuola (pennivendoli dei quotidiani e soloni della pedagogia) spesso ne hanno solo un ricordo vago, fumoso.</p>
<p>Ci si può illudere e pensare che, per una volta che un professore si mette a scrivere il proprio punto di vista, avrà il coraggio di raccontarci qualche aneddoto di vita scolastica reale, qualche esempio di problematica educativa, qualche minima osservazione antropologica sulle nuove generazioni.</p>
<p>Non è però il caso di <em>Togliamo il disturbo</em>, l’ultimo libro di Paola Mastrocola. Pur essendo l’autrice una professoressa di liceo scientifico, gli aneddoti personali sono pochissimi e la sensazione che si prova fin dai primi capitoli è che la scuola resta comunque qualcosa di impalpabile, privo di concretezza. Prendiamo per esempio i ragazzi. Sono l’anima della scuola, ci immaginiamo che siano il soggetto principale del libro. Non dovrebbe essere così?</p>
<p>Invece gli adolescenti in questo libro sono praticamente assenti, dimenticati dopo essere stati ridotti dalla stessa autrice a stereotipi semplicistici:</p>
<blockquote><p>Sostiamo l’occhio sui loro capelli nero-viola tinto, i giubbotti troppo stretti, i piercing al naso, le loro ragazze strizzate nei jeans stretch, caviglie inanellate, scarpine traballanti sul tacco. Guardiamo sfacciatamente, da antropologi senza pietà, come codesti giovani procedono in massa compatta, e tagliano l’aria come un esercito lento e assonnato […] Sostano l’intero pomeriggio. Davanti a negozi di elettronica, bar, mercati, outlet. Anche davanti a niente, sostano e basta. Rumorosamente stanno. Ridono, sgomitano, strattonano. Si appendono ai reciproci giubbotti e dondolano, ondeggiano. Sono una corrente umana, un’acqua densa che si sposta. Oppure penetrano, le mani a pugno in tasca, nei templi dell’abbigliamento low cost. Zara, H&amp;M. Guardiamo cosa comprano, cosa toccano, cosa provano. Ascoltiamo come parlano, gridano, mugugnano. Fanno versi gutturali, mezze sillabe. Gracchiano, ululano, grugniscono, ruttano. Ogni tanto si spintonano, si insultano, si palpano. Fumando, bevendo birra, beveroni rossi o verdi.<br />
[I, 1, 9, pagg. 45-46]</p></blockquote>
<p>E dire che Mastrocola ammette implicitamente di stereotipare e lo giustifica a priori:</p>
<blockquote><p>Lo so che ci sono dei giovani meravigliosi che studiano molto, sono eleganti e sobri, vanno a teatro e fanno volontariato. Ma sono una minoranza così esigua che non me ne occupo, sono felice che esistano […] Sono gli altri che mi preoccupano: la cosiddetta massa. […] La massa non è una parola, e tantomeno una parola politica da addobbare di palline ideologiche come un alberello di Natale. Ha una sua consistenza fisica enorme, è un oggetto gigantesco, ingombrante e incombente e molto complesso, che occupa in misura considerevole il mondo (in particolare il centro delle nostre città, il sabato pomeriggio). Vogliamo occuparcene davvero?<br />
[I, 1, 9, pag. 47]</p></blockquote>
<p>Insomma, i buoni sono pochi e dunque non vale la pena farci caso; piuttosto, l’autrice vuole affrontare il problema della “massa” dopo aver lei stessa raggruppato forzatamente un’intera generazione nella macchietta di cui sopra. Eppure questa massa rimane tale, non viene analizzata, non viene spiegata, non si tenta neppure di comprenderla. C’è solo una critica pesante e spietata, al limite dello sberleffo.</p>
<p>Ovviamente, agli irrisi non vengono dati né un nome, né una descrizione, né un <em>background</em>. La professoressa, che potrebbe fungere da tramite fra noi e la nuova generazione, potrebbe presentarceli. Potrebbe prendere uno di quei truzzi di cui ha parlato male, dirci il suo nome, la sua famiglia, il lavoro che fa ogni estate, i suoi sogni, per quanto banali che essi siano. Ecco che un anonimo diventa una persona sempre più completa, con i suoi problemi e con le sue (poche) virtù, e possiamo finalmente di capire perché: perché non studia, perché all’interrogazione fa scena muta, perché pensa più ai jeans che al Tasso?</p>
<p>Figuriamoci, poi, se viene addirittura ceduta la parola a qualche ragazzo. Anche solo per chiedere a loro: <em>che ne pensate della scuola? Vale la pena darsi da fare? Perché sì, perché no? Non ci tenete a imparare cose nuove? Che cosa vorreste fare? Come vi preparereste invece voi per il futuro?</em> Certo, le loro risposte sarebbero banali e ingenue, ma sarebbe un piccolo passo per instaurare un dialogo, un tentativo di comprenderli, questi benedetti ragazzi. I discorsi diretti vengono concessi a Baricco, Maazel, Rampini e Franzen; nel libro, invece, non c’è nessun adolescente che dica la sua.</p>
<p>Ma allora da dove trova Mastrocola gli spunti sulla vita dei giovani d’oggi, dei ragazzi in cui lei stessa insegna? Basta leggere come iniziano tali riflessioni:</p>
<blockquote><p>A volte penso a come tornano a casa i miei allievi che hanno preso 4. Quando lo diranno e a chi. A madri indaffarate in carriera o dimesse e sconsolate, donne separate e sole che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, o signore con SUV, prestigioso marito, baby-sitter e palestra. Chissà. [I, 1, 6, pag. 31]</p>
<p>Vi chiedo quindi, adesso, di condividere una visione: facciamo il gioco di disegnare nella nostra mente uno di loro, lo studente quindicenne medio. Il tipo base, insomma. Decidiamo che si chiama Cardo di cognome e Edoardo di nome, ma lo chiamano Dedo. […] Che cosa fa Dedo Cardo nel pomeriggio? Come passa la giornata da quando esce da scuola fino a sera? Proviamo a immaginare. Venite con me, accompagniamolo mentalmente a casa, vediamo un po’: il «pomeriggio medio-neutro» dello «studente medio-neutro». [I, 1, 7, pagg. 34-35]</p></blockquote>
<p>Non è difficile sapere come vive un adolescente: basta chiederglielo. Ciò è ancor più facile se si passa una dozzina di ore alla settimana nella sua stessa aula. Se invece Mastrocola preferisce affidarsi alla propria fantasia, allora nasce il sospetto che non siano solo gli studenti a fare ostruzionismo e che anche i professori, disinteressatisi al dialogo, si siano rintanati nelle proprie trincee, in quel campo di battaglia che è la scuola di oggigiorno.</p>
<p>Questo è il motivo essenziale per cui questo libro non sembra neppure parlare di scuola. Degli studenti c’è solo l’ombra, ridicola e ridicolizzata; l’ambiente scolastico è del tutto dimenticato ed inesistente, pochi perfino i colleghi. Le parole scambiate con gli alunni sono scarse e prive d’interesse. Quando il professore parla, i ragazzi non ascoltano; ma anche quando parlano i ragazzi, a quanto pare, sono i docenti a non sentire. Questa è la percezione che si ricava da <em>Togliamo il disturbo</em>.</p>
<p>Se invece volete qualcosa di più concreto, prendete <em>Cuore</em> di De Amicis, piuttosto. Oppure cercate i blog di quei professori che ci mettono davvero l’anima: trovarli non è difficile.</p>
<p><em>Domani, nella seconda parte: <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/04/12/il-disturbo-della-professoressa-2/">di chi è la colpa?</a></em></p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/letture/'>Letture</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/category/scuole/'>Scuole</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/category/meta%e2%80%a6/verbosita/'>Verbosità</a> Tagged: <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/educazione/'>educazione</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/istruzione/'>istruzione</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/paola-mastrocola/'>Paola Mastrocola</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/scuola-italiana/'>scuola italiana</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/togliamo-il-disturbo/'>Togliamo il disturbo</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/979/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/979/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/979/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/979/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/979/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/979/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/979/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=979&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Si riparte</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 07:43:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo quasi due mesi di silenzio, riprendo in mano le redini di questo blog. Purtroppo, i problemi personali e scolastici non sono ancora terminati, per cui non potrò pubblicare post con la regolarità dei bei vecchi tempi. Cambierò dunque leggermente &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/04/06/si-riparte/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=975&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo quasi due mesi di silenzio, riprendo in mano le redini di questo blog. Purtroppo, i problemi personali e scolastici non sono ancora terminati, per cui non potrò pubblicare post con la regolarità dei bei vecchi tempi.</p>
<p>Cambierò dunque leggermente la rotta. <a href="http://microrama.tumblr.com">Tumblr</a> diventerà il mio campo base: lì ripubblicherò ciò che menti più brillanti della mia hanno già pensato, ma non mancherò di metterci del mio. E cercherò di essere meno verboso, prometto.</p>
<p>Comunque questo blog rimarrà attivo, benché aggiornato più raramente del solito, e servirà a custodire ciò che non riesco a sintetizzare abbastanza per Tumblr. Il primo pezzo dovrebbe uscire nei prossimi giorni.</p>
<p>Un’ultima cosa. Ho deciso di sospendere il mio account su Twitter. Potrei elencare una dozzina di motivi, ma credo basti il fatto che Twitter è ormai per me più un peso che un piacere. Ringrazio tutti coloro che mi hanno seguito su Twitter – no, non mollo per colpa vostra! – e anche quelli che hanno deciso di non seguirmi più. Inoltre un ringraziamento speciale va a Gabriele (<a title="Twitter" href="http://twitter.com/GiaiPhong">GiaiPhong</a>) per i piacevoli scambi di battute.</p>
<p>E ora andiamo. È tempo di scrivere.</p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/meta%e2%80%a6/comunicazioni-di-servizio/'>Comunicazioni di servizio</a> Tagged: <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/blog/'>blog</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/tumblr/'>Tumblr</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/twitter/'>Twitter</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/975/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/975/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/975/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/975/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/975/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/975/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/975/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/975/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/975/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/975/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/975/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/975/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/975/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/975/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=975&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Una pausa un po’ più lunga</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Feb 2011 19:51:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazioni di servizio]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari (pochi) lettori, mi duole annunciarvi che ho deciso di sospendere a tempo indeterminato l’aggiornamento di questo blog. È una soluzione temporanea, che spero mi permetta di concentrarmi sui miei studi, di superare alcuni problemi personali e anche di ritrovare &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/02/10/una-pausa-un-po-piu-lunga/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=972&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Cari (pochi) lettori,</em><br />
<em>mi duole annunciarvi che ho deciso di sospendere <strong>a tempo indeterminato</strong> l’aggiornamento di questo blog. È una soluzione temporanea, che spero mi permetta di concentrarmi sui miei studi, di superare alcuni problemi personali e anche di ritrovare il tempo, la voglia e l’ispirazione per scrivere nuovi post.</em><br />
<em>Ritornerò fra qualche settimana, forse anche un paio di mesi. Attualmente non ho la minima idea se poi riprenderò a scrivere nuovi articoli, o se invece vi comunicherò l’addio definitivo. Sto ancora valutando i pro e i contro. Quando maturerò la scelta più appropriata, ve lo comunicherò.</em><br />
<em>Nel frattempo, <strong>rallenterò anche l’utilizzo di Twitter</strong>, mentre continuerò, più o meno saltuariamente, a usare <a title="il mio Tumblr" href="http://microrama.tumblr.com/">Tumblr</a>. Certo, controllerò lo stato dei commenti del blog e dei tweet, ma interverrò più raramente. L’indirizzo di posta elettronica cui potete rivolgervi resterà sempre attivo e sotto controllo.</em><br />
<em>Grazie per l’attenzione che avete rivolto a questa voce nel deserto e spero di tornare presto con buone notizie.</em><br />
<em>— microrama</em></p>
<p><em><strong>tl;dr –</strong> Mi assento dal blog e da Twitter per ritrovare me stesso. A presto.</em></p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/meta%e2%80%a6/comunicazioni-di-servizio/'>Comunicazioni di servizio</a>  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/972/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/972/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/972/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/972/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/972/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/972/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/972/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/972/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/972/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/972/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/972/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/972/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/972/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/972/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=972&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Più cose in cielo e in terra di quante ne racconti la tivù</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 06:32:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
				<category><![CDATA[Informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[21 dicembre 2012]]></category>
		<category><![CDATA[Apocalisse]]></category>
		<category><![CDATA[fine del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[forteana]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo scientifico]]></category>
		<category><![CDATA[sensazionalismo]]></category>

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		<description><![CDATA[La situazione è quasi surreale. Benché tutti siano disposti a riconoscere che la fiaba della fine del mondo nel 2012 sia una panzana, molti fanno finta di crederci, per scherzo. Quante volte vi sarà capitato che durante un discorso serio, &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/02/03/piu-cose-in-cielo-e-in-terra-di-quante-ne-racconti-la-tivu/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=966&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La situazione è quasi surreale. Benché tutti siano disposti a riconoscere che la fiaba della fine del mondo nel 2012 sia una panzana, molti fanno finta di crederci, per scherzo. Quante volte vi sarà capitato che durante un discorso serio, qualche buontempone aggiungerà: «<em>Tanto il mondo finirà nel 2012, ah ah ah ah!</em>», come se facesse ridere.</p>
<p>Quello dell’Apocalisse prossimo venturo è un leitmotiv con cui la stampa ama giocare; dopotutto, è abituata a trastullarsi con storie di dubbia attendibilità e titoli sensazionalistici. Uccelli muoiono in massa in diverse parti del mondo, come è sempre accaduto in passato? La luce brillante della supernova Betelgeuse potrebbe arrivarci in questa era geologica? Un fenomeno ottico ha mostrato la luce solare con due giorni di anticipo in un paese groenlandese? Ficchiamoci dentro la storia del 2012, perché no!</p>
<p>Peccato, perché ognuno di questi fenomeni, ognuna delle affermazioni che vengono tirate in ballo con la questione del 2012, porta con sé un’opportunità quasi irripetibile per approfondire le meraviglie della natura e della storia. Infatti se passiamo in rassegna tutte le ipotesi che vengono citate, spesso a sproposito, parlando della fine del mondo, troveremo moltissimi argomenti degni di essere approfonditi.</p>
<p>Sono citate le tempeste solari: perché tivù e periodici non si fermano a raccontare che cosa sono, perché si formano, con quale periodicità, come facciamo a prevederle e come ci protegge la magnetosfera terrestre?</p>
<p>Sono citate le profezie dei Maya: perché non parliamo di come funzionava il loro calendario, di come abbiamo interpretato la loro lingua per leggere le loro iscrizioni, di che cosa dicono effettivamente quelle due sole iscrizioni che citano il 21 dicembre 2012?</p>
<p>È citata l’inversione dei poli, sia terrestri che magnetici: perché non spiegare l’effetto giroscopico, la naturale migrazione dei poli magnetici, la declinazione magnetica, le attuali ipotesi sull’origine del campo magnetico?</p>
<p>Potevamo scegliere di rimboccarci le maniche e cogliere l’occasione per insegnare e imparare le meraviglie della natura, del cosmo, della storia umana. Invece no. Abbiamo deciso di mandare tutto in burletta. Non appena accade qualcosa di non intuitivo, i giornalisti decidono di lasciare l’interrogativo aperto, magari collegandelo pretestuosamente al duemiladodici, anziché approfondire un po’ e riportare una risposta coerente e tutto sommato facile.</p>
<p>È vero, i punti di domanda vendono. Ma dobbiamo anche renderci conto che i media, e in particolare il giornalismo, educano gli adulti, nel bene e nel male. Non si tratta di intrattenimento, ma di un compito più importante. E, almeno per quanto riguarda la scienza, è meglio non lasciarla fare ai giornalisti generalisti.</p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/informazione/'>Informazione</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/category/scienza/'>Scienza</a> Tagged: <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/21-dicembre-2012/'>21 dicembre 2012</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/apocalisse/'>Apocalisse</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/fine-del-mondo/'>fine del mondo</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/forteana/'>forteana</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/giornalismo-scientifico/'>giornalismo scientifico</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/sensazionalismo/'>sensazionalismo</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/966/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/966/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/966/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/966/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/966/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/966/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/966/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/966/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/966/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/966/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/966/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/966/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/966/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/966/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=966&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Fa freddo quassù</title>
		<link>http://microrama.wordpress.com/2011/01/28/fa-freddo-quassu/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Jan 2011 17:35:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[metafora]]></category>
		<category><![CDATA[parabola]]></category>
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		<description><![CDATA[(una parabola) È un sogno strano, il mio. Mi trovo su una collina, che, pur non essendo molto alta, sovrasta tutta la pianura. La vista è affascinante, si vedono le montagne innevate lì in fondo, dall’altra parte c’è il mare &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/01/28/fa-freddo-quassu/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=961&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>(una parabola)</h4>
<p>È un sogno strano, il mio.</p>
<p>Mi trovo su una collina, che, pur non essendo molto alta, sovrasta tutta la pianura. La vista è affascinante, si vedono le montagne innevate lì in fondo, dall’altra parte c’è il mare illuminato dalla luna piena. C’è una brezza gelida e sto raggomitolato per tenermi caldo. Mi sta parlando un uomo, non so chi, non lo guardo in faccia. Ne vedo solo il braccio, che si muove al ritmo della sua voce profonda e rassicurante.</p>
<p>«Guarda là», mi dice. Osservo. Vedo uno sciame di luci che si muovono disordinatamente in mezzo al fumo. «Che succede laggiù?», domando.</p>
<p>«Non riesci ad intuirlo?». «Sembra una folla». «Una folla che protesta», aggiunge lui.</p>
<p>«Contro che cosa?». Lui sta in silenzio per qualche secondo, e risponde: «Ha importanza? Protestano per una vita migliore».</p>
<p>«Quanti saranno?». «Tanti. Forse tutti».</p>
<p>«Certo, è bello vedere la gente protestare per i propri diritti». «E allora perché tu non protesti?». Preferisco non rispondere. Mi mordo un labbro dal senso di colpa.</p>
<p>«Immagino ci sia anche la polizia, laggiù». «Sì».</p>
<p>«Spara?». «Sì, non senti l’odore di polvere da sparo?». Non sento alcun odore, se non quello dell’erba su cui sono seduto.</p>
<p>«E la polizia uccide?». Per qualche secondo lui non dice nulla, poi risponde: «Sì».</p>
<p>Si sente la flebile eco delle proteste provenire dalle strade, lontane qualche chilometro dalla collinetta su cui mi trovo con il mio misterioso compagno. Rimaniamo in silenzio a sentire il rumore del coraggio.</p>
<p>Poco dopo l’uomo soggiunge: «Lo sai che quella gente non ha più accesso a Internet, alla rete telefonica, agli sms?». «Ciononostante, sono bravi ad organizzarsi… se sono organizzati». «Tu ce la faresti, senza cellulari, né computer?». Mormoro un «No», a voce troppo bassa perché il mio interlocutore possa sentirlo. Provo vergogna. Non so che cosa dire. Non so che cosa pensare.</p>
<p>La brezza sta diventando più forte e più fredda. Senza riflettere, dico: «È tutto così bello. Vedere da lontano quella gente che chiede i propri diritti, e vedere che ce la sta facendo, e sotto un cielo così limpido. Loro saranno troppo indaffarati per vedere quelle stelle che stanno sorridendo a loro».</p>
<p>L’uomo mi chiede subito: «Sorridono anche a Malik? Lo vedi da qui, Malik? Guarda, un poliziotto lo ha appena colpito alla testa con un randello». È ovvio che non posso vederlo. Non riconosco nessuno da questa distanza. «Te lo sei inventato, Malik?». «Ha importanza?». Chiudo gli occhi dalla stanchezza.</p>
<p>«Ho paura per loro. Anche se questo è meglio dell’alternativa, immagino». «Senza dubbio. Ma non ti pare forse che stai parlando un po’ troppo facilmente? Te ne stai quassù con me, a commentare quella gente, loro che davvero fanno qualcosa».</p>
<p>«Fa freddo quassù», mi lamento. «Te ne vuoi andare in un posto più caldo?». «Potrei andare a casa mia, a stare sotto la coperta e seguire la protesta in televisione…». Mi accorgo dell’errore, e prima ancora che l’uomo mi corregga, mi scuso: «Lo so, lo so. Niente tivù». Scende ancora il silenzio fra noi due. «E comunque, se vuoi un posto caldo, c’è sempre la città», dice, «lì non ti accorgerai del freddo».</p>
<p>Mi alzo in piedi e comincio ad incamminarmi, tremante per il freddo, lungo il pendio della collina, in direzione della città. «Vai a protestare?», mi chiede l’altro. «Non so. Deciderò quando arriverò ai piedi della collina». Non lo saluto e lui non mi saluta. Scendo con passo incerto, indeciso su che cosa fare. La collina è un bel posto – penso fra me e me – non si potrebbe protestare anche lì?</p>
<p>Col sogno sono arrivato fin qui. Ma il sogno non è ancora finito: sono io a non essermi ancora svegliato.</p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/attualita/'>Attualità</a> Tagged: <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/egitto/'>Egitto</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/metafora/'>metafora</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/parabola/'>parabola</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/proteste/'>proteste</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/sommosse/'>sommosse</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/961/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/961/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/961/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/961/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/961/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/961/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/961/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/961/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/961/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/961/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/961/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/961/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/961/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/961/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=961&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Oltre l’imbarazzo</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 21:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogni volta che sono all’estero, temo quella tipica domanda: «Where do you come from?». Io sospiro e rispondo: «From Italy». Ed ecco che arriva ciò che temo, la classica replica stereotipata: «Ooooh, Italy! I love Italy!», seguita dalla noiosa lista &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/01/24/oltre-l-imbarazzo/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=957&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni volta che sono all’estero, temo quella tipica domanda: «Where do you come from?». Io sospiro e rispondo: «From Italy». Ed ecco che arriva ciò che temo, la classica replica stereotipata: «Ooooh, Italy! I love Italy!», seguita dalla noiosa lista di luoghi comuni: la <em>bella Italia</em>, il sole, le spiagge, la pizza, gli spaghetti al pomodoro, la campagna toscana, il Canal Grande, la musica napoletana, la Vespa che scorrazza per Roma. Ma poi penso che forse galleggiare su queste immagini da cartolina è meglio che affondare nel pantano della politica italiana.</p>
<p>In genere, quando sono all’estero, cerco di evitare l’argomento. Perché dopotutto alla fatidica domanda («perché?») non so dare una risposta soddisfacente. Mi tocca spiegare della disillusione, della sfiducia, dell’apatia del popolo italiano, ma ciò non fa che stimolare altre domande, altri «com’è possibile?» a cui, francamente, non riesco a dare spiegazione – o, perlomeno, una spiegazione sintetica che illumini chi non vive in Italia. Come si può spiegare un’atmosfera?</p>
<p>Dapprima era dunque l’imbarazzo di vivere in un posto che non si riesce a spiegare, l’imbarazzo di dire: <em>no, non hai colto il problema; per capire l’Italia devi viverci</em>. E, soprattutto, l’imbarazzo di trascinarsi dietro l’immagine di un Paese che fa di tutto una burletta (tranne il santissimo calcio). È impossibile tagliare ogni rapporto con la terra d’origine: essa si ripresenterà spesso alle nostre orecchie, nei nostri discorsi, nei nostri comportamenti, insisterà in continuazione che dobbiamo tornare da lei. Per questo, anche se volessimo emigrare e stabilirci all’estero, ci porteremo sempre dietro l’immagine dell’Italia, nel bene e nel male.</p>
<p>Purtroppo, l’imbarazzo cresce, man mano che le notizie si fanno più gravi ed intollerabili. Così come quando mi sento a disagio a stare in compagnia di qualcuno che si lancia in uscite imbarazzanti – capiterà anche a voi talvolta –, analogamente provo una sensazione assai scomoda nel vivere nello stesso Paese dove spesso le azioni più aberranti passano nell’indifferenza dei più. Sto pensando al sindaco che tappezza una scuola elementare con i simboli del proprio partito. Sto pensando in questi giorni ai politicanti che <a title="Lipperatura" href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/01/19/dagli-scaffali-si-tolga-saviano/">intimano ai bibliotecari</a> di rimuovere <a title="Il Gazzettino" href="http://ilgazzettino.it/articolo.php?id=134755&amp;sez=NORDEST">i libri degli autori sgraditi</a>. Sto pensando ai giornalisti che raccolgono tardivamente e di malavoglia queste notizie, perdendosi dietro a falsi scoop che offendono l’intelligenza del lettore. E sono solo tre dei tanti esempi.</p>
<p>E c’è questo imbarazzo; anzi, a dirla tutta è qualcosa di più pesante, indigeribile e, soprattutto, inspiegabile: perché mi sento male io, e non sono i responsabili a provar vergogna delle loro esternazioni? Perché sono io a lamentarmi quando non ho fatto nulla, né sono in grado di far nulla per correggere questa dannata situazione? O forse è proprio perché dovrei impegnarmi di più? Posso tentare di spiegarlo così: la democraticizzazione della cosa pubblica e dei mezzi d’informazione ha sovvertito l’ordine che c’era una volta. Quelli che prima si vergognavano della propria ignoranza, ora ne fanno sfoggio, e quelli che prima avevano il coraggio delle loro opinioni, nascondono la testa fra le spalle e tacciono. Pian piano lo stesso sta succedendo a me: prima m’indignavo, ora abbasso la voce e provo imbarazzo. Dopo resterà solo l’indifferenza. Ormai è solo questione di tempo.</p>
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		<title>Gli Starace della grammatica</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 07:02:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se vi è mai capitato di navigare in qualche forum in lingua inglese, avrete forse incontrato una temibile figura: quella del grammar Nazi, il nazista della grammatica, ovvero colui che corregge impietosamente ogni errore ortografico e sintattico, quello che tira &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/01/20/gli-starace-della-grammatica/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=954&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se vi è mai capitato di navigare in qualche forum in lingua inglese, avrete forse incontrato una temibile figura: quella del <em>grammar Nazi</em>, il nazista della grammatica, ovvero colui che corregge impietosamente ogni errore ortografico e sintattico, quello che tira le orecchie a chi confonde “<em>you’re</em>” con “<em>your</em>”, “<em>affect</em>” con “<em>effect</em>”, “<em>there</em>” con “<em>their</em>” e con “<em>they’re</em>” e così via. Con la loro pignoleria, sono particolarmente fastidiosi per i madrelingua, mentre per chi sta studiando una nuova lingua le critiche sono sempre ben accette.</p>
<p>Non sono un fenomeno solamente inglese, esistono i fascisti della grammatica italiana. Io non li critico, visto che un errore ortografico è segno di pressappochismo, se non di vera e propria ignoranza. Però, se c’è qualcuno che non sopporto, quelli sono gli Starace della grammatica. È così che chiamo infatti i gerarchi della grammatica, quelli che creano regole assurde e pretendono che tutti le rispettino. Sia chiaro: per avere una comunicazione efficiente, è necessario rispettare le regole sensate. Gli Starace, invece, propongono fuffa, regole pedanti che, a pensarci due secondi, sono perfino inutili. Ho esempi a bizzeffe.</p>
<p>Per esempio, spesso a scuola viene insegnato che “sé” va scritto con l’accento, a meno che venga seguito da “stesso” (“<strong>se stesso</strong>”). In tal caso, dicevano le signore maestre, la parola “stesso” sostituisce il ruolo dell’accento. Come possa una parola sostituire un accento, devo ancora capirlo a quasi ventun anni di età. Inoltre, non esistono altri casi di “se” privo di accento grafico, usato come pronome riflessivo. (Quando si usa davanti a “ne”, come in “se ne parla”, è un adattamento del “si” impersonale). Perché inventare una nuova parola, il “se” riflessivo, senza un motivo valido? Abbiamo il “sé”, possiamo benissimo usarlo.</p>
<p>Questo è un esempio diffuso. Ce ne sono altri più rari, vere e proprie fissazioni degli Starace della grammatica. Vi ricordate la <em>vexata quaestio</em> del <strong>plurale della parola “euro”</strong>? C’erano due fazioni, i variantisti (“un euro, due euri”) e gli invariantisti (“un euro, due euro”), ed entrambe proponevano motivazioni ridicole. Chi ribadiva la validità della parola “euri”, ricordava che i nomi di valuta hanno generalmente il plurale: i marchi, i franchi, i dollari. Chissà perché si dimenticavano di citare le peseta e gli yen. Dall’altra parte del fronte, c’era chi sosteneva che la parola “euro”, in quanto abbreviazione di “Europa”, rimaneva invariabile, come “moto” e “cinema”. Peccato che “una moto” e “una motocicletta” indicano la stessa cosa, così come “un cinema” e “un cinematografo”, mentre esiste una grossa differenza fra “un euro” e “un’Europa”. Il loro ragionamento era totalmente inappropriato. Pochissimi erano, infine, quelli che sostenevano l’opinione più sensata: di fronte a una parola nuova, bisogna solo accettare l’uso che s’impone di più.</p>
<p>C’è chi mi ha bacchettato per aver pronunciato la parola “<strong>privacy</strong>” come <em>pràivasi,</em> e non <em>prìvasi</em> come si vorrebbe in inglese. Però è anche vero che la parola ci arriva dall’America, dove si pronuncia effettivamente <em>pràivasi</em>. E dopotutto, se voglio farmi capire dagli italiani, devo dirla in quel modo. Si può fare un discorso simile per la frase <strong>“mass media”</strong>: i sapientoni si premurano di ricordare che “media” è una parola latina, e va pronunciata come si legge. Vero, però “mass” non lo è, è inglese puro e schietto, e la locuzione intera, “mass media”, ci arriva dal fronte anglofono, per cui non mi pare un grosso crimine dirla <em>màss mìdia</em>.</p>
<p>Alla fine è questo che accomuna gli Starace della grammatica: un’enorme voglia di ostentare la loro conoscenza linguistica, accomunata a grossa mancanza di buon senso. Per questo, fra me e me, li chiamo “<a title="it.wiki" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Achille_Starace">Starace</a>”, come il gerarca fascista che ben presto divenne oggetto della satira, a bassa voce, degli stessi fascisti. Galeazzo Ciano, parlando di lui, diceva che gli Italiani perdonano chi fa del male a loro, ma non «chi rompe loro le scatole». E io, scusate, non perdono chi usa pretestuose regole grammaticali per rompermi le scatole.</p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/parole/'>Parole</a> Tagged: <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/grammar-nazi/'>grammar Nazi</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/grammatica-italiana/'>grammatica italiana</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/lingua-italiana/'>lingua italiana</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/regole-della-grammatica/'>regole della grammatica</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/954/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/954/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/954/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/954/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/954/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/954/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/954/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/954/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/954/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/954/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/954/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/954/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/954/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/954/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=954&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Odiare il cibo</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 10:47:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non voglio parlare qui di chi odia certi alimenti perché non ne apprezza il sapore. È un caso banale, perché tutti noi abbiamo gusti e preferenze diversi ed evitiamo di mangiare ciò che non ci piace. No, vi voglio parlare &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/01/15/odiare-il-cibo/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=950&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non voglio parlare qui di chi odia certi alimenti perché non ne apprezza il sapore. È un caso banale, perché tutti noi abbiamo gusti e preferenze diversi ed evitiamo di mangiare ciò che non ci piace. No, vi voglio parlare di chi odia il cibo senza averlo assaggiato, di chi lo detesta per partito preso, come se mangiare fosse un’ideologia.</p>
<p>Ci sono numerosi modi di odiare il cibo. Un esempio è dato da quel mito del Naturale che molti coltivano, traducendolo però in un’inaccurata paura per tutto ciò che ha un nome che suona spaventoso: “additivo E101” sembra più temibile di “vitamina B2”; “glutammato monosodico” pare un’invenzione di laboratorio, benché sia presente in molti cibi che definiremmo “naturali” (per esempio, è ciò che dà quel particolare sapore al parmigiano reggiano). Poi, il più delle volte questa spropositata attenzione agli ingredienti è accompagnata da una patetica ignoranza di ciò di cui si parla. Basta una breve chiacchierata con chi si propone amante del Naturale: ho sentito, per esempio, chi si dichiara favorevole al glutammato monosodico vegetale, ma non a quello di origine animale (nonostante il fatto si tratti comunque di C₅H₈NNaO₄), e perfino casi più gravi di chi asserisce di aver mangiato fragole geneticamente modificate che sapevano di merluzzo.</p>
<p>Ma non serve preoccuparsi degli ingredienti per coltivare un culto del Naturale. Basta solo strizzare l’occhio al fatto in casa, come se questo fosse di per sé indice di una qualità migliore. E se forse questo è vero sul piano del gusto, certo non è sul piano igienico: da questo punto di vista, ogni ristorante è migliore della cucina della nonna o della bottega sotto casa, dal momento che i controlli igienici sono (dovrebbero essere) più frequenti. Il panino che mi faccio fare nella bottega di alimentari sarà fresco e gustoso, ma di certo il pane che metto sotto i denti non è passato attraverso mani pulite e guanti di paraffina.</p>
<p>E a questo s’intreccia la snobberia di chi vuole classificare i cibi in “degni” ed “indegni”. Il panino in bottega è degno – meglio ancora, <em>rustico</em> – mentre l’hamburger è indegno. È vero, forse un pranzo al <em>fast food</em> non è il massimo della salute, ma non mi verrà un infarto a concedermi un <em>paninazzo</em> poche volte l’anno; e forse non sarà il massimo del gusto, ma a volte si ha voglia di sentirsi lo stomaco pieno, spendendo poco tempo e denaro. Se c’è gente che continua ad andare ai <em>fast food</em> non è perché è fessa, ma perché evidentemente quei ristoranti rispondono alle loro priorità. Certa gente spocchiosa deve ancora capirlo. (Un ottimo approfondimento, che è stato lo spunto di questo post, è il saggio <em>L’ideologia di Slow Food</em> di Luca Simonetti: il file pdf è <a title="Salmone.org [PDF]" href="http://www.salmone.org/wp-content/uploads/2009/09/lideologia-di-slow-food.pdf">qui</a>.)</p>
<p>E ancora, c’è chi disprezza il cibo straniero perché è straniero, punto e basta. Non voglio neppure pensare a quei sindaci che proibiscono i locali “di cibo etnico” nei centri storici, in nome dei prodotti locali – non sanno che cosa si perdono. E non colgono il punto: molta gente mangia prodotti esotici non tanto per esterofilia, quanto perché costa meno. Pur sempre di <em>fast food</em> si tratta. Per dire: il prodotto che la mia kebaberia di fiducia vende di più sono i tranci di pizza a un euro l’uno. Chi l’avrebbe detto che per trovare un cibo italiano a un prezzo così basso devo andare dall’arabo!</p>
<p>E c’è poi la fierezza per i prodotti nostrani a gettare fumo negli occhi. C’è gente, e tanta, che disprezza tutto ciò che non è del suo Paese. Facciamo un esempio: la pizza. È un cibo talmente semplice (si parte da un disco di pasta e ci si mette sopra altro cibo, e si cuoce il tutto) che molte culture hanno le loro varianti. La ricetta italiana è stata esportata in America, dove si è evoluta a suo modo, diventando qualcosa di diverso: un po’ come gli uccelli delle Galápagos, <a title="en.wiki" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Darwin's_finches">come raccontava Darwin</a>. Ho sentito molte persone mettere in competizione questi due tipi di pizza, ma non ne colgo il perché. Le ho provate entrambe e palato e stomaco sono d’accordo: mi piacciono entrambe. Dopotutto, una pasta più spessa o un diverso tipo di salsa di pomodoro non sono differenze insormontabili. Allora, mi chiedo, perché odiare una specie di pizza se se ne apprezza un’altra?</p>
<p>Ma c’è di peggio. Considerate il <em>pide</em> turco: un piatto che consiste in un’oblunga pasta a forma di mandorla, con un bordo più spesso di quello della pizza italiana, e che contiene all’interno solo carne o solo formaggio feta, o solo formaggio simile all’asiago, o quant’altro. Non mi stupirebbe, a partire dal nome, se pizza e <em>pide</em> avessero origini comuni. Ero all’aeroporto di Istanbul a mangiare il mio ultimo <em>pide</em> e ho sentito alcuni turisti italiani passare a fianco in cerca di cibo (impossibile non sentirli: <a href="http://microrama.wordpress.com/2009/09/15/turisti-per-caso/">la burineria del turista italiano</a> si fa udire ovunque) e criticare appunto il <em>pide</em>, accusandolo di essere una copia della pizza italiana. Come a dire: tutto ciò che osa assomigliare alla pizza deve necessariamente essere cattivo, e dunque ignorato, disprezzato, odiato.</p>
<p>È questo che intendo per “odiare il cibo”: o per una vaga paura di tutto ciò che suona pericoloso, o per una stizzosa snobberia, o per una stupida ossessione patriottarda. Il cibo non deve essere odiato. Ciò che non piace, non si mangia, senza importunare gli altri con le proprie lamentele. Il piacere del mangiare, signori miei, non è tanto in ciò che si mangia, ma <em>come</em> lo si mangia. Provate a pensare a qualche pasto memorabile della vostra vita: lo ricordate per ciò che avete assaggiato, o per le chiacchierate e le risate che avete condiviso con i commensali?</p>
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		<title>Il cybertruzzo</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jan 2011 06:59:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
				<category><![CDATA[Computer]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cybertruzzi]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
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		<description><![CDATA[Il cybertruzzo è l’equivalente tecnologico del truzzo. Quello che non si accontenta più di vestire firmato per mostrare di essere un gggiovane alla moda, ora deve mostrare di essere ap-tu-dèit e lo fa con la classica, inconfondibile sboronaggine burina. Il &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/01/04/il-cybertruzzo/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=947&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il cybertruzzo è l’equivalente tecnologico del truzzo. Quello che non si accontenta più di vestire firmato per mostrare di essere un <em>gggiovane</em> alla moda, ora deve mostrare di essere <em>ap-tu-dèit</em> e lo fa con la classica, inconfondibile sboronaggine burina.</p>
<p>Il cybertruzzo è quello che trova una qualsiasi scusa per sfoderare il suo iPhone ultimissimo modello: «Dài, te faccio ‘na foto co’ Instagram che te la taggo su Facebook». Ogni cosa che dice e che fa è un grido disperato: <em>guardatemi, sono ricco e sono tecnologicamente superiore alla media!</em></p>
<p>Il cybertruzzo è quello che dice «FAIL» a voce alta senza timore di ricevere un pugno sul muso.</p>
<p>Il cybertruzzo è quello che è sindaco del Bar Sport su Foursquare.</p>
<p>Il cybertruzzo è quello che lascia un commento rabbioso su iTunes perché un’applicazione costa tre euro anziché zero-e-novantanove.</p>
<p>Il cybertruzzo è quello che quando lascia un appunto scritto su un post-it, già mostra di non aver preso in mano carta e penna nel corso degli ultimi tre anni.</p>
<p>Il cybertruzzo è quello che conosce a memoria tutte le promozioni in corso delle varie compagnie telefoniche.</p>
<p>Il cybertruzzo è quello che si dispera perché «<em>non mi vengono foto belle, eppure c’ho quindici megapixel!</em>».</p>
<p>Il cybertruzzo è quello che si dilunga con gli amici nelle seghe di gruppo su quant’è bello Facebook ché finalmente abbiamo ritrovato i compagni di classe delle medie (a cui però non si rivolgono pensieri, ma update di Farmville).</p>
<p>Il cybertruzzo è quello che sul diario della morosa scrive minore-di-tre perché l’ha sempre scritto nei suoi sms e si è dimenticato che il suo pennarello sia fisicamente capace di disegnare un ♥.</p>
<p>Il cybertruzzo è quello che si crede un mago della Rete solo perché ha installato eMule e ha un ID alto che gli permette di scaricare l’ultima di Lady Gaga.</p>
<p>Il cybertruzzo è quello che si crede un paladino dei diritti civili perché ha cambiato la propria immagine utente su Twitter per onorare popoli che lui non sa neppure in che parte del mondo si trovino.</p>
<p>Il cybertruzzo è quello che dice che «Internet ha aperto le frontiere della mia conoscenza» e parla perlopiù dei sopravvissuti a <em>X Factor</em> e delle chiappe di Belen.</p>
<p>Il cybertruzzo è quello che usa la tecnologia e non sa il come. Un giorno si vanta di essere un <em>übergeek</em> e l’indomani ti viene a chiedere perché il suo notebook non funziona più: «Forse è stato <em>acherato</em>, ma come può essere, c’avevo tre antivirus e adesso non riesco a far partire Gugol se clicco sulla E».</p>
<p>Il cybertruzzo è un misto a pari dosi di burineria e di scarti del cyberpunk. Ha la coglionaggine della prima e l’entusiasmo del secondo. È il nuovo, terribile stadio evolutivo, anzi involutivo del truzzo. Statene alla larga: è possibile abbracciare la tecnologia mantenendo i neuroni intatti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/computer/'>Computer</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/category/societa/'>Società</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/category/tecnologia/'>Tecnologia</a> Tagged: <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/cybertruzzi/'>cybertruzzi</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/social-network/'>social network</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/tecnotruzzi/'>tecnotruzzi</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/truzzi/'>truzzi</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/947/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/947/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/947/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/947/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/947/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/947/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/947/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/947/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/947/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/947/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/947/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/947/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/947/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/947/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=947&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Salvate le parolacce (dicendone meno)</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Jan 2011 06:01:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parole]]></category>
		<category><![CDATA[parolacce]]></category>
		<category><![CDATA[parole oscene]]></category>
		<category><![CDATA[potere delle parole]]></category>
		<category><![CDATA[volgarità]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutte le (poche) parolacce del testo sono state autocensurate. Le parolacce sono parole assai strane. Hanno un significato ben preciso, anatomico, sessuale o scatologico (o tutti e tre assieme), che viene usato molto raramente. Quasi sempre, invece, possono essere rimpiazzate &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2011/01/02/salvate-le-parolacce-dicendone-meno/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=944&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Myriad Pro} span.s1 {letter-spacing: 0.0px} --><em>Tutte le (poche) parolacce del testo sono state autocensurate.</em></p>
<p>Le parolacce sono parole assai strane. Hanno un significato ben preciso, anatomico, sessuale o scatologico (o tutti e tre assieme), che viene usato molto raramente. Quasi sempre, invece, possono essere rimpiazzate efficacemente da parole non volgari (“inferocito”, “sporcare”, “diavoleria”), anche con uguale potere offensivo (“cretino”, “bastardo”, “idiota”). Alcune sono addirittura <strong>parole jolly,</strong> ampiamente usate per sostituire una parola qualsiasi: <em>“che c***o vuoi?</em>”, “<em>che cos’è questa m***a?</em>”.</p>
<p>Se queste parole sopravvivono, vuol dire che hanno in sé qualche sfumatura di significato, o qualche potere addirittura, che le rende preferibili ai sinonimi più formali. In linea di principio, per evitare imbarazzi con persone facilmente infastidibili e comunque per scansare la nomea di imprecatori accaniti, dovremmo essere tentati di usarle rarissimamente, e solo con persone che conosciamo a fondo.</p>
<p>Invece accade l’esatto contrario: ne abusiamo. Di sicuro c’è un <strong>fattore età</strong> a farla da padrone: poiché sgridiamo i bambini che le proferiscono per poi indugiare noi stessi nel loro uso, siamo tutti d’accordo nel ritenere le parolacce una prerogativa degli adulti, come le sigarette, le automobili e gli alcolici. Dire una parolaccia è dunque un atto di <strong>autocompiacimento</strong>: <em>non sono più un bambino, non vengo sgridato quando dico…</em> e giù una parolaccia. Ed equivale a una strizzata d’occhio fra i due interlocutori: <em>siamo adulti e vaccinati, noi</em>. Le parolacce sono anche un <strong>atto liberatorio</strong>: traducono in suono ciò che deve essere celato agli occhi: dalle parti intime ai comportamenti ritenuti aberranti (pensate all’inglese <em>motherf***er</em>).</p>
<p>Tutto questo è ovvio. Ma quello che voglio sostenere è che le parolacce vanno protette gelosamente, perché svolgono una funzione importante: sono tra le uniche parole che usiamo non per il loro significato (troppo vago), ma per il loro valore intrinseco. Le usiamo <strong>perché <em>vogliamo</em> essere volgari</strong>, al fine di esprimere tutta la nostra ira. È solo superando certi limiti di rabbia che ci viene da usare le parole più oscene del nostro vocabolario. Alla fine è un messaggio al mondo: <em>sono furioso e farete meglio a trattarmi con i guanti</em>. È la successione di lettere in sé a essere importante, il fatto di averle scelte apposta fra i tanti sinonimi, non tanto il concetto a cui rimandano.</p>
<p>Per questo non dobbiamo abusare delle parolacce: ripeterle troppo spesso non fa che sminuire il loro potenziale rabbioso, <strong>le banalizza</strong>. Quelle parole che sono già quasi prive di significato oggettivo di per sé, rischiano di consumarsi e diventare vuote, prive di scopo. Chi volesse salvaguardarle dovrebbe usarle il meno possibile, come l’argenteria buona da mettere in tavola solo nelle grandi occasioni. Lasciamo allora le parolacce ai casi di rabbia esplosiva ed intrattenibile, e non usiamole per infarinare ogni frase, come tendiamo a fare spesso e, ahinoi, come insegnamo ai nostri figli. Le parole sono importanti; quelle volgari non sono da meno.</p>
<p><em><br />
</em></p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/parole/'>Parole</a> Tagged: <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/parolacce/'>parolacce</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/parole-oscene/'>parole oscene</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/potere-delle-parole/'>potere delle parole</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/volgarita/'>volgarità</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/944/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/944/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/944/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/944/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/944/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/944/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/944/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/944/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/944/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/944/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/944/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/944/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/944/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/944/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=944&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Annus mirabilis</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Dec 2010 16:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazioni di servizio]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[buon 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Una nota personale per concludere l’anno. A differenza degli anni passati, che mi sono sembrati buoni ma non eccezionali, sono soddisfattissimo di questo 2010. È stato per me un annus mirabilis. Problemi di salute in famiglia si sono risolti senza &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2010/12/31/annus-mirabilis/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=934&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una nota personale per concludere l’anno.</p>
<p>A differenza degli anni passati, che mi sono sembrati buoni ma non eccezionali, sono soddisfattissimo di questo 2010. È stato per me un <em>annus mirabilis</em>. Problemi di salute in famiglia si sono risolti senza problemi. Gli esami universitari sono andati meglio del previsto. Ho viaggiato tantissimo, come non mai, conoscendo nuove mentalità e possibilità. Ho stretto numerose amicizie, superando anche diffidenze mie ed altrui. Il blog ha compiuto il suo primo compleanno – contro tutte le mie aspettative. E soprattutto, ho imparato tantissimo, e non mi riferisco solo a quanto insegnano all’università. L’esperienza mi ha mostrato molte tacite verità sul comportamento delle altre persone, che è per me l’incognita più grande. E sto pian piano imparando a capire chi sarà un valido aiuto nella vita e chi sarà solo un peso, quali sono i mille modi in cui una persona può mostrare il suo affetto, che buone sorprese possono rivelare gli altri non appena li si conosce meglio.</p>
<p>So che questo non durerà in eterno. So che prima o poi arriveranno i temporali e so che l’unica scelta sarà resistere. Visto che raramente ci si accorge della felicità prima che si allontani, scrivo qui, ad eterno ricordo, che questo 2010 è stato un anno per me eccezionale. Spero che lo sia stato anche per voi.</p>
<p>Vi auguro un buon 2011.</p>
<p><em>(E ora basta parlare di me. I prossimi post continueranno a parlare dei massimi sistemi, promesso.)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/meta%e2%80%a6/comunicazioni-di-servizio/'>Comunicazioni di servizio</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/category/senza-categoria/'>Senza categoria</a> Tagged: <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/buon-2011/'>buon 2011</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/934/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/934/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/934/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/934/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/934/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/934/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/934/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/934/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/934/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/934/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/934/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/934/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/934/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/934/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=934&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>L’educazione religiosa</title>
		<link>http://microrama.wordpress.com/2010/12/28/l-educazione-religiosa/</link>
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		<pubDate>Tue, 28 Dec 2010 06:42:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In questo post elaboro alcuni dettagli a cui avevo accennato qui. È un post effettivamente lungo, ma di profonda importanza per me, anche perché tratta un argomento poco dibattuto nella querelle sulla religione, sulla laicità dello Stato e sull’integrazione. I &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2010/12/28/l-educazione-religiosa/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=357&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>In questo post elaboro alcuni dettagli a cui avevo accennato <a href="http://microrama.wordpress.com/2009/11/06/semplificazioni-in-croce/">qui</a>. È un post effettivamente lungo, ma di profonda importanza per me, anche perché tratta un argomento poco dibattuto nella </em>querelle<em> sulla religione, sulla laicità dello Stato e sull’integrazione.<br />
</em></p>
<p>I miei genitori avrebbero voluto mandarmi all’asilo comunale, che si trova tuttora a una manciata di isolati da casa mia. Lì però non c’era posto e finii per capitare in un istituto religioso. Io, non religioso, figlio di non religiosi, a passare la mattina fra le suore. Non mi piaceva quel posto, e non per motivi di credo (che vuoi, la religione è un concetto complicato per un bimbo di quattro anni). Semplicemente ero un pesce fuor d’acqua: i compagni erano spesso odiosi e dispettosi, le maestre potevano impegnarsi di più, i giochi in cortile cominciavano ad arrugginirsi, la mensa era così così. Eppure io accettavo, forse con un po’ di rassegnazione, questa costrizione di andare quotidianamente in quel luogo, che ricordo ancora con ansia. Perché a quattro o cinque anni le cose generalmente <em>si accettano</em>, ovvero <em>si </em><em>subiscono</em>, anche se dopo qualche capriccio. Ci si lamenta, ma non le si mettono in discussione.</p>
<p>E fra le cose che accettavo c’era la preghierina rituale, l’<em>Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con Te…</em>, belle parole, sì, che però un bimbetto non capisce. Per me era una filastrocca che andava ripetuta, per strani motivi, a mani giunte. Non parliamo poi di quelle orride poesiole natalizie, con la metrica zoppicante e le rime banalissime, che paiono un pretesto per ficcare forzatamente il nome di Gesù Bambino nella bocca dei giovanissimi. Perché è così che parte l’educazione religiosa: prima abitua al livello delle parole, a suon di ripetere il <em>Padre Nostro</em> o l’<em>Ave Maria</em>, e su questi vaghi concetti costruisce tutta la dottrina.</p>
<p>“<em>Dottrina</em>”… Ricordo che nei primi anni di scuola elementare gli altri bambini cercavano di cogliere i tratti e le attività a noi comuni, in una sorta di censimento collettivo. Una volta mi fu chiesto: «<em>Vai a dottrina?</em>». Insomma, il catechismo. Non sapevo che cosa fosse: io, non religioso, figlio di non religiosi, non ci andavo, né ne avevo mai sentito parlare. Dopo essermi fatto spiegare in che cosa consistesse, risposi di no. Risultai essere l’unico a non andarci. (Sia chiaro, questo accadeva a metà degli anni Novanta, prima che arrivasse la <em>Generazione 2</em> di figli di immigrati.) Una volta una mia compagna di classe mi chiese se andassi a catechismo e, al mio diniego, mi rimproverò: «Eh no! Tu <em>ci devi </em>andare!». Perplesso, chiesi poi a mia madre perché non andavo a catechismo. Credo fosse la prima volta che affrontavo la questione religiosa con i miei genitori. (<em>Per la cronaca, alle elementari fui iscritto alle lezioni di Religione. Non so perché, vista l’irreligiosità dei miei genitori. Lasciatemi solo dire: furono senza dubbio le lezioni più strambe di tutta la mia vita.</em>)</p>
<p>Questo è il problema di un bambino non cattolico in Italia: nonostante le istituzioni restino teoricamente laiche (il che poi non è vero, pensate alle lezioni di religione e ai crocifissi sulle pareti), l’ambiente intorno al bambino resta sempre e costantemente intriso di un’esasperante religiosità, senza che vi sia l’eterogeneità necessaria per apprendere che <em>non esiste solo il cattolicesimo</em>. Circondato solo da coetanei e, più in generale, persone che professano (<em>ostentano</em>) il proprio essere cattolici, il bambino che non è religioso finisce, come è successo a me, per <em>credere che il cattolicesimo sia la norma e la normalità</em>. E si sente <em>estraneo</em>, o addirittura <em>in colpa</em>, perché non va a messa o a catechismo e non ci sono autorità che rassicurino che non esiste una religione “normale” o, addirittura, “giusta”.</p>
<p>Sì, credetti davvero che il cattolicesimo era <em>normale</em> ed io, che già ero abbastanza fuori dal comune e faticavo a socializzare, <em>volevo essere normale</em>. Raccontavo in giro che da grande sarei diventato cattolico, che mi sarei fatto battezzare, e ricevevo addirittura complimenti per questo, complimenti che non facevano altro che rafforzare questo presuntuoso stereotipo della normalità del cattolicesimo. Saggiamente, ai miei propositi mia madre rispondeva solo: «<em>Vedremo</em>», senza aggiungere altro. Per fortuna il mio nucleo famigliare è essenzialmente irreligioso, il che mi ha permesso di avere anche ambienti dove sviluppare una buona apertura mentale che la scuola difficilmente mi avrebbe concesso. Alla fine delle scuole medie avevo già rinnegato quei propositi e mi dichiaravo agnostico.</p>
<p><em>Agnostico</em> era il termine con cui mi descrisse mia madre quando cominciai a chiederle di questioni religiose: «Tu sei agnostico». A quei tempi ero troppo giovane per capire che la religione era un dibattito sulla metafisica, sull’origine del tutto e sul fine ultimo della vita; pareva invece essere una mera appartenenza a un gruppo. Così come si nasce italiani o svizzeri o francesi, e così come si è juventini o milanisti o interisti, così si diventa cattolici, ebrei o agnostici. Non si ha l’età per capire che la religione è una ricerca interiore e non un’etichetta che certifichi l’appartenenza a un gruppo, e si finisce per <em>chiedere</em> ai propri genitori di che religione si è. Ottenendola e accettandola. Suvvia, pochissimi di noi scelgono consciamente una religione. Quasi sempre si eredita quello a cui ci hanno educato i nostri genitori. E similmente io mi accontentai di quella parola, <em>agnostico</em>: parola che gli altri bambini non conoscevano («<em>Agnostico? E che vuol dire?</em>») e di cui pure io sapevo imprecisamente il significato (pensavo volesse dire meramente “senza religione”, una sorta di jolly).</p>
<p>Ho vissuto un forte disorientamento religioso in un’età in cui non si dovrebbe essere neppure esposti alle questioni religiose. La causa era quella forte diversità fra l’esperienza interna al nucleo famigliare e la religiosità del resto delle persone. Una religiosità che non è mai stata opprimente – nessuno ha mai tentato di convertirmi – ma che è certamente <em>strabordante</em>, con tutti i suoi simboli e le sue cerimonie (<em>ho addirittura un ricordo confuso di essere stato trascinato inconsapevolmente in una messa di inizio anno in prima elementare, ma la cosa sarebbe grave, perché si trattava di una scuola pubblica</em>). E finché non si ha la possibilità di incontrare persone di altre nazionalità e altre religioni, non passa neppure per la mente l’idea che possano esistere tante altre realtà religiose e che, fra tutte le possibili scelte, non ce ne può (<em>non ce ne deve</em>) essere nessuna privilegiata o da considerarsi “la norma”.</p>
<p>Questo è uno dei problemi che si ritrova una società che è abituata all’omogeneità: la mancanza di apertura mentale. Non è neppure una questione di discriminazione: infatti non sono mai stato oggetto di scherno o di mancanza di rispetto perché non cattolico, eppure ho vissuto lo stesso i problemi che ho raccontato sopra. No, è questione di <em>abitudine</em>. Sono cresciuto in una zona d’Italia e in un tempo in cui c’erano pochi immigrati, la multiculturalità era minima e il cattolicesimo vinceva con percentuali bulgare. La società semplicemente <em>non era abituata all’esistenza di altre idee</em> e crescere in questo contesto è stato difficile dal punto di vista personale e intellettuale.</p>
<p>La questione dunque non è solo religiosa. Non è solamente sociale. La sicurezza non rappresenta che un minuscolo aspetto dell’intero problema. Non si tratta solo di scegliere fra accettare o rifiutare l’immigrazione, bensì di schierarsi dalla parte dell’apertura mentale o no. Non voglio farne uno scontro fra i massimi sistemi, però dobbiamo capire che accettare o imporre una realtà monoculturale significa privare le prossime generazioni della possibilità di entrare a contatto con realtà che possono sembrare a loro più congeniali. Sul serio, l’idea che un bambino di nove anni non abbia conosciuto un coetaneo proveniente da culture diverse mi fa assai più tristezza di uno che non abbia mai visto un cavallo o una mucca.</p>
<p>Spero che queste mie esperienze aiutino, almeno un poco, nel perenne dibattito sulla religione. Quando si mette un crocifisso nelle classi, si dice agli alunni che esiste una religione migliore delle altre. Io ho avuto un profondo caos religioso nel mio animo anche senza che ci fosse il simbolo del culto cattolico sopra la lavagna; se ci fosse stato anche quello, sarei sicuramente entrato in crisi. Quando si parla di un tetto massimo di bambini stranieri nelle classi, si parla della possibilità che la prossima generazione, quella che ci sostituirà, entri a contatto con culture diverse. Perché, quando abbiamo a che fare con i bambini, ogni momento è un’occasione per educarli.</p>
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		<title>Lista di Natale</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Dec 2010 22:55:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Buon Natale a coloro che lavorano anche nel giorno di festa perché bisogna essere sempre pronti per le emergenze. Buon Natale ai bambini che hanno scritto a Babbo Natale per dire che non vogliono regali, ma solo la felicità dei &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2010/12/24/lista-di-natale/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=936&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Myriad Pro} span.s1 {letter-spacing: 0.0px} -->Buon Natale a coloro che lavorano anche nel giorno di festa perché bisogna essere sempre pronti per le emergenze.</p>
<p>Buon Natale ai bambini che hanno scritto a Babbo Natale per dire che non vogliono regali, ma solo la felicità dei genitori.</p>
<p>Buon Natale a chi si fa portare al cenone dall’autista e chi cammina lentamente sotto la neve e non vede l’ora di stare al caldo.</p>
<p>Buon Natale alle donne che partoriscono oggi e ai bimbi che spingono nel pancione.</p>
<p>Buon Natale ai genitori che si divertono un mondo a provare il nuovo videogioco dei figli prima del pranzo di Natale.</p>
<p>Buon Natale a chi compie gli anni a Natale.</p>
<p>Buon Natale a chi ha speso la quattordicesima in regali e a chi ha usato la tredicesima per le bollette.</p>
<p>Buon Natale a quelli che trascorrono il pranzo di Natale con i familiari che odiano e a quelli che sentono la mancanza della famiglia lontana.</p>
<p>Buon Natale agli astronauti che stanno orbitando intorno al nostro pianeta e alle persone che lavorano per farli stare lassù.</p>
<p>Buon Natale a chi è curioso e chiede ai vicini immigrati quali feste celebrano loro.</p>
<p>Buon Natale a chi non ha ricevuto come dono niente che gli interessasse, ma è soddisfatto perché non si aspettava niente in particolare, e un regalo è sempre un regalo.</p>
<p>Buon Natale agli automobilisti imbottigliati in autostrada e ai bambini che giocano con la slitta sulle discese innevate.</p>
<p>Buon Natale a chi oggi sorride. Buon Natale a chi oggi vorrebbe sorridere.</p>
<p>E infine, buon Natale ai miei lettori.</p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/meta%e2%80%a6/comunicazioni-di-servizio/'>Comunicazioni di servizio</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/category/humanitas/'>Humanitas</a> Tagged: <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/buon-natale/'>buon Natale</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/936/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/936/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/936/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/936/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/936/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/936/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/936/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/936/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/936/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/936/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/936/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/936/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/936/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/936/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=936&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Così è, se mi pare</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 06:44:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>microrama</dc:creator>
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		<description><![CDATA[N.B. Per rispetto della privacy (soprattutto la mia) resterò generico e non riporto né il luogo, né la data, né la dinamica precisa dei fatti, considerato poi che il contenuto del post esula da questi dettagli. L’articolo, scritto originariamente quasi &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2010/12/22/cosi-e-se-mi-pare/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=371&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><em><strong>N.B. </strong>Per rispetto della privacy (soprattutto la mia) resterò generico e non riporto né il luogo, né la data, né la dinamica precisa dei fatti, considerato poi che il contenuto del post esula da questi dettagli.<br />
L’articolo, scritto originariamente quasi un anno fa, n</em><em>on tratta di fatti recenti, pur essendo narrato al presente.</em></p>
<p>Non sono quasi più certo che si tratti dello stesso fatto. Sembra quasi che di fatti ce ne siano tre distinti.</p>
<p>Il primo è quello che mi è stato riferito da alcuni miei amici. «Sai che cosa è successo a G.?», mi chiedono una sera. Quando rispondo che no, non lo so, mi dicono che G., che da un paio di mesi è un nostro conoscente comune, è stato coinvolto in un fattaccio di cronaca, uno di quelli che, a leggerli sui quotidiani, lasciano orrendamente schifati. Purtroppo G. non è dalla parte della vittima, bensì dall’altra – stando all’accusa. Pochi e bruschi sono i dettagli che mi raccontano i miei amici. Parlano con tono serio ma non troppo, si cerca di pensare ad altro, ma certo pesa l’idea che fino alla settimana prima G. era lì con noi. Pesa l’idea che quella persona che bazzicava da noi poi sarebbe stata trascinata in cella, in attesa di processo. Pesa soprattutto il sospetto che G. abbia davvero commesso quel fatto grave, gravissimo di cui è accusato (e per fortuna che non c’è scappato il morto).</p>
<p>Questo è la prima versione del fatto. La seconda è quella che mi sono fatto raccontare dai siti Internet delle testate locali, le quali, a metà strada fra il classico sensazionalismo e un morboso interesse per la cronaca nera, riportano tutto quello che un giornalista ben motivato può scoprire su un fattaccio come quello di G.: c’è scritto il dove, il quando, il come, il chi – come si chiama G., dove abita, che cosa fa, che cosa studia, che cosa ci faceva lì, come ci è andato, hanno persino la sua foto, forse presa da Facebook. Quasi dando per scontato che sia G. il colpevole (nascondendosi dietro la foglia di fico della parola «<em>presunto</em>»), i giornalisti rispondono all’unica domanda rimasta (“<em>perché?</em>”) con quelle ipotesi più adatte a vendere qualche copia in più:<em> è stata la noia, è stata una bravata, questi ragazzacci, mala tempora currunt, dove andremo a finire</em>.</p>
<p>È lo stesso fatto di prima, ma c’è un’enorme differenza nelle quantità di informazioni. Quanto mi avevano riferito gli amici era vago e nebuloso, e ora con i dettagli e le elucubrazioni fornite dai pennivendoli sembrava un fatto quasi totalmente diverso.</p>
<p>Ma poi si aggiunge un terzo punto di vista, una terza versione del fatto, che è del tutto personale, perché si è formata nella mia mente nei minuti successivi. È un vano tentativo di immaginarmi la scena, di raffigurarmi, seppur evanescentemente, l’approssimarsi di quell’istante, G. che commette quel misfatto (<em>ma è stato davvero lui?</em>), la sua espressione, il sangue, le urla, il fuggifuggi, l’arrivo della polizia, G. che medita in carcere, che cerca di convincersi di non essere stato lui, la notte insonne del padre e della madre di G., la loro vergogna il giorno dopo, le vittime in ospedale, i genitori delle vittime, il momento in cui scoprono che i loro figli sono in ospedale, il momento in cui vengono a sapere che il peggio è passato, l’arrivo dei giornalisti.</p>
<p>Questo terzo punto di vista pare un fatto tutto a sé stante, il più vago di tutti, ma allo stesso tempo il più pretenzioso, poiché intende colmare le lacune che la stampa ha lasciato, ovvero quel lato reale, umano e tangibile che va oltre i meri resoconti dei quotidiani. È un tentativo di vedere, almeno con l’immaginazione, quella scena che dicono essere successa. Ma è un’immagine quasi vuota, che sfuma, che scoppia come una bolla di sapone. Queste tre versioni del fatto (il racconto degli amici, gli articoli dei giornali locali e il mio vano tentativo di immedesimarmi in un ipotetico testimone) sono così distanti l’uno dall’altro che sembrano riferirsi a eventi diversi, benché uniti dagli stessi protagonisti, dalla stessa ambientazione, dalla stessa dinamica dei fatti. È come uno stesso racconto narrato da scrittori diversi.</p>
<p>E di ogni fatto esistono tantissime varianti, ognuno con un diverso stile, grado di approfondimento, approccio ai fatti. Però quando cerchiamo di conoscere ciò che accade nel mondo attraverso i quotidiani o i telegiornali, ci dimentichiamo che essi prediligono una narrazione anodina o, nel peggiore dei casi, sensazionalistica della realtà e ci lasciamo trascinare dall’indifferenza o dall’indignazione. In questo caso ho potuto vedere altri punti di vista, altre versioni del fattaccio perché conosco G. di persona. Ma per tutti gli altri fatti, di quanti punti di vista mi sarà preclusa la conoscenza?</p>
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		<title>We are beautiful, we are doomed</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Dec 2010 00:23:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Una signora si è affacciata al balcone. Davanti a casa sua sta marciando un serpente di persone di due generazioni più giovani di lei. Qualcuno la saluta e lei risponde con il segno della vittoria. Contraccambiamo. Ci sentiamo uniti, ci &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2010/12/18/we-are-beautiful-we-are-doomed/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=931&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una signora si è affacciata al balcone. Davanti a casa sua sta marciando un serpente di persone di due generazioni più giovani di lei. Qualcuno la saluta e lei risponde con il segno della vittoria. Contraccambiamo.</p>
<p>Ci sentiamo uniti, ci sentiamo forti, per una volta respiriamo l’ossigeno della rivolta e non il veleno del disfattismo. È il 30 novembre. Oggi viene votato il decreto Gelmini. Noi scendiamo in strada per dar voce a un dissenso che da solo fatica a parlare. Per noi non è solo un gesto di protesta. È qualcosa di più, è un ultimo, disperato tentativo di sentire un briciolo di potere nelle nostre mani, prima che un branco di parlamentari ci tolga tutto: potere, libertà di scelta, futuro. Occupare le strade è un modo di illuderci che noi, dopotutto, possiamo avere un qualche impatto sugli altri. Se possiamo ancora fermare il traffico, possiamo fermare qualsiasi cosa. Questa è la nostra speranza, questa la nostra illusione.</p>
<p>Abbiamo occupato un incrocio, uno di quelli megatrafficati da cui si snodano le principali strade da e per la città. Facciamo passare solo i mezzi di pubblico servizio: ambulanze, pompieri, servizio civile. Anche se qualcuno ha furbescamente messo la sirena solo per far passare i dirigenti. Abbiamo fatto rumore, ci sono tamburi, megafoni e, ovviamente, una vuvuzela. Abbiamo cantato slogan. La politica è poca, a dispetto di quanto mostrerà la televisione. Chi vuole buttarla sul Berlusconi o in generale sul politico non trova séguito. Un ragazzo vede che uno degli autobus fermi è diretto a Treviso: «Sono leghisti!», grida, ma nessuno gli dà retta. Gli studenti trevigiani si offendono. Infatti qui siamo oltre la politica: la nostra è un’azione <em>civile</em>, di chi vuole semplicemente fare il ricercatore e vivere degnamente. Per questo ci sono anche gli studenti da trenta e lode; non solo i fuoricorso, come dirà un certo primo ministro.</p>
<p>Dopo che il traffico all’incrocio si è smaltito – il più delle macchine ha cercato un’alternativa – il corteo si muove verso la stazione. Arriva uno di quelli che sono in contatto con i capi della protesta: «Ci aspetta la polizia in stazione», dice, «ma cerchiamo di prenderli in contropiede. Quando arriviamo all’incrocio con il tribunale, svoltate a destra e <em>mettetevi a correre</em>». A questo punto i miei amici ci allontaniamo per una via secondaria. È ora di pranzo, le due ore di sospensione delle lezioni stanno per finire e l’idea di correre in mezzo alla folla solo per giocare a nascondino con la polizia ci sembra pericolosa. Occuperanno i binari: buon per loro, la causa è nobile. Ma non parteciperò: un conto è far deviare gli automobilisti, un altro è lasciare immobilizzati i pendolari, che, poverini, sono già <a title="«Trenitalia si scusa per il disagio»" href="http://microrama.wordpress.com/2010/07/07/trenitalia-si-scusa-per-il-disagio/">maltrattati da Trenitalia</a>. C’è una linea assai sottile fra il disagio e il danno.</p>
<p>Proteste così fragorose richiedono una sicurezza granitica. Il tarlo, è inevitabile, rode la coscienza, mi chiedo continuamente se sono, se siamo nel giusto. Ripenso alle belle facce di quella mattina quasi dicembrina, ripenso all’aria di libertà che si respirava quel martedì lungo le strade senza più automobili, ripenso a quella parentesi di ingenuo ottimismo nel bel mezzo del rassegnato grigiore quotidiano. Come possiamo essere nel torto? E che torto ci può essere nel chiedere un futuro senza precariato, a seguire i nostri sogni più banali?</p>
<p>La sera arriva la temuta conferma. La riforma è stata approvata, è a metà della strada. Ora non resta che tornare sui libri e concentrarsi per gli esami. Come se avessimo i paraocchi. D’altronde non resta altro da fare, visto che non ha più senso sognare nella carriera, almeno qui in Italia.</p>
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		<title>Essere complottista</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 22:51:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A volte ritornano. Una foto che circolava con una falsa didascalia a giugno si è ripresentata di prepotenza sul mio schermo in occasione degli scontri violenti di Roma. Non si accennava esplicitamente che fosse ambientata a Roma – e infatti &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2010/12/16/essere-complottista/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=926&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte ritornano. Una foto <a title="Potevano i complottisti ignorare il G20 di Toronto? Noooo…" href="http://microrama.wordpress.com/2010/06/28/potevano-i-complottisti-ignorare-il-g20-di-toronto-noooo/">che circolava con una falsa didascalia a giugno</a> si è ripresentata di prepotenza sul mio schermo in occasione degli scontri violenti di Roma. Non si accennava esplicitamente che fosse ambientata a Roma – e infatti era in Canada, ed era il 2007 – ma, ecco, ammicca ammicca, si sa, <em>all cops are bastards</em>, un caso da ricordare, sì insomma, cioè.</p>
<p style="text-align:center;">
<div id="attachment_929" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://microrama.files.wordpress.com/2010/12/immagine-3.png"><img class="size-full wp-image-929 " title="(Si dice il peccato, non il peccatore.)" src="http://microrama.files.wordpress.com/2010/12/immagine-3.png?w=500&#038;h=632" alt="(Si dice il peccato, non il peccatore.)" width="500" height="632" /></a><p class="wp-caption-text">Dalla dashboard di Tumblr</p></div>
<p>Càpita spesso di scivolare sul tema dei complottismi e pian piano me ne sto facendo una cultura – guardandoli rigorosamente dal di fuori. Solo in questi giorni ho notato però che ci sono diverse sfumature nell’atteggiamento dei complottisti, ci sono diversi gradi di incertezza, di intendo-ma-non-dico. Anche nel caso della foto dell’<em>agent provocateur</em> di cui sopra, non si ribadiva che la foto era stata scattata tre anni fa in Quebec. Ma dopotutto, chi aveva detto il contrario? <em>Nessuno ha mai detto la parola “Roma”, era solo un esempio!</em></p>
<p>Per ogni complottista che grida ad alta voce alla montatura, ce ne sono diverse dozzine che giocano con le sfumature, con i dubbi (infondati), con i “ma” e con i “però”. Come chi, per esempio, rispettano quelli che sono andati sulla Luna, per carità, <em>ma non è strano, con la tecnologia che c’era all’epoca</em>… E l’11 settembre? <em>Non ti pare improbabile che… </em>È grazie a queste concessioni, a queste parole non dette, a questi dubbi lasciati irrisolti che il complottismo prospera come funghi nel bosco.</p>
<p>Dopotutto, l’essenza del complottismo non è tanto nel dare risposte sbagliate: se ascoltate i guru della disinformazione, vedrete che le loro accuse sono monotone ed essenzialmente ridicole. La loro risposta è sempre unica: <em>in un modo o nell’altro, sono stati “loro”, punto e basta</em>. Invece l’essenza del complottismo consiste nel trascurare le risposte sensate. Per risolvere i dubbi che i complottisti formulano, bastano quasi sempre due strumenti: Google e un libro di fisica. Però non sono sempre a portata di mano, e comunque la voglia ha le braccia ancora più corte, e quindi la tentazione di lasciare le domande irrisolte è forte. La linea che divide il “non sapere” e il “sapere sbagliato” è molto, molto sottile.</p>
<p>Un’altra caratteristica tipica dei complottisti è la mentalità d’assedio, la<em> <a title="en.wiki" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Siege_mentality">siege mentality</a></em>. Mi riferisco alla tendenza a sentirsi ostacolati, ostracizzati dai poteri forti, dalla maggioranza, da “loro”. Combattono come Winston Smith contro un Grande Fratello che non esiste. Se un sito funziona male, si grida alla censura. Se nessuno vuole comprare il loro manoscritto, è una cospirazione per far tacere i messaggeri della verità. È una mentalità che spesso scivola nel vittimismo e da lì al sarcasmo. Non a caso i nomi di molti siti di teorie del complotto giocano per antitesi su concetti come “disinformazione” o di “luogo comune”.</p>
<p>Qualcuno obietterà: ma, in fondo in fondo, non ce ne sarà almeno uno che ha ragione? È possibile, certo, ma finora nessun complottismo, ovvero nessuna <em>teoria del complotto</em>, si è rivelata vera. I complotti esistono, ma nessuno di quelli che sono stati scoperti sono stati anticipati dai sospetti di qualcuno: mentre le ipotesi “alternative” sull’assassinio di Kennedy, sulle missioni lunari, sull’11 settembre, sulle scie chimiche non hanno mai superato alcun esame critico, nessuno aveva previsto, chessò, scandali come il Watergate o l’Iran-Contra.</p>
<p>Quello del complottismo è un comportamento che sembra limitato ad eventi e situazioni assai limitati. Invece, è più diffuso del previsto. Basta aprire il giornale. Ogni giorno qualcuno non riesce ad accedere alla propria pagina su Facebook e parla di censura. Ogni giorno ci sono politici che si lamentano delle trame della stampa, o della televisione, o della magistratura. Perfino i grandi prelati si lasciano sfuggire barlumi di <em>siege mentality</em>. E infine molto accomuna i complottisti ai movimenti contro l’evoluzionismo e contro il riscaldamento globale. Per questo imparare a riconoscere i sintomi tipici del cospirazionismo è un ottimo strumento per sentire da dove arriva la puzza di bruciato. Non è la prova definitiva per mostrare chi ha torto, però permette di mettersi in guardia contro gli inquinatori del nostro cervello.</p>
<br />Filed under: <a href='http://microrama.wordpress.com/category/societa/'>Società</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/category/meta%e2%80%a6/verbosita/'>Verbosità</a> Tagged: <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/complotti/'>complotti</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/complottismo/'>complottismo</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/cospirazione/'>cospirazione</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/mentalita-dassedio/'>mentalità d'assedio</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/siege-mentality/'>siege mentality</a>, <a href='http://microrama.wordpress.com/tag/teorie-cospirazioniste/'>teorie cospirazioniste</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/microrama.wordpress.com/926/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/microrama.wordpress.com/926/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/microrama.wordpress.com/926/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/microrama.wordpress.com/926/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/microrama.wordpress.com/926/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/microrama.wordpress.com/926/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/microrama.wordpress.com/926/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/microrama.wordpress.com/926/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/microrama.wordpress.com/926/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/microrama.wordpress.com/926/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/microrama.wordpress.com/926/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/microrama.wordpress.com/926/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/microrama.wordpress.com/926/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/microrama.wordpress.com/926/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=926&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Identità e integrazione</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 05:11:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da due o tre mesi mi ronza per la testa questo ragionamento. Ha implicazioni tristi e spiacevoli, ma non me la sento di ripudiarlo, perché sembra comunque valido. Visto che è un po’ complicato, l’ho scomposto in sequenze logiche. Buona &#8230; <a href="http://microrama.wordpress.com/2010/12/08/identita-e-integrazione/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=microrama.wordpress.com&amp;blog=9493547&amp;post=896&amp;subd=microrama&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Myriad Pro} p.p2 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 14.1px; text-indent: -14.2px; font: 12.0px Myriad Pro} span.s1 {letter-spacing: 0.0px} --><em>Da due o tre mesi mi ronza per la testa questo ragionamento. Ha implicazioni tristi e spiacevoli, ma non me la sento di ripudiarlo, perché sembra comunque valido. Visto che è un po’ complicato, l’ho scomposto in sequenze logiche. Buona riflessione.</em></p>
<p><strong>1.1. (Assioma)</strong> Ognuno di noi ha un’immagine di sé, ovvero si riconosce in un’identità.</p>
<p><strong>1.2. (Tautologia)</strong> L’identità è unica.</p>
<p><strong>1.3. (Deduzione dalla 1.1 e dalla 1.2)</strong> Dunque ognuno ha di sé un’immagine unica.</p>
<p><strong>2.1. (Assioma)</strong> Gli esseri umani sono esseri sociali.</p>
<p><strong>2.2. (Osservazione sperimentale)</strong> Gli esseri umani tendono a vivere con persone che si comportano in modo simile.</p>
<p><strong>2.3. (Assioma)</strong> Attraverso l’interazione sociale, gli esseri umani cercano conferme di sé e della propria identità.</p>
<p><strong>2.4. (Osservazione sperimentale)</strong> Le identità delle persone tende a cristallizzarsi in identità largamente condivise, generalmente coincidenti con i confini geografici (l’italiano, il francese, il tedesco…) o religiosi (il cattolico, il musulmano…).</p>
<p><strong>2.5. (Deduzione dalla 1.3)</strong> Tale identità, essendo unica, non può essere contraddittoria (p. es., una persona non può essere cattolica e musulmana).</p>
<p><strong>2.6. (Sintesi)</strong> Riassumendo: ognuno di noi ha un’identità unica e non contraddittoria, che, a causa della nostra natura sociale, ricalca modelli condivisi dagli altri.</p>
<p><strong>3.1. (Deduzione dalla 2.4)</strong> In una qualsiasi nazione, prevale un tipo di identità (nel caso dell’Italia: occidentale, italiano, cristiano cattolico).</p>
<p><strong>3.2. (Deduzione dalla 2.2 e dalla 3.1)</strong> I figli degli immigrati sono circondati da persone che hanno due tipi di identità completamente diverse: i famigliari (occidentali od orientali, provenienti da un’altra nazione, spesso appartenenti a un’altra religione) e le altre persone, compresi amici e colleghi.</p>
<p><strong>3.3. (Deduzione dalla 1.3, dalla 2.3 e dalla 3.2)</strong> Poiché l’identità di una persona è dettata anche dalle persone che si frequentano (implicato dalla 2.3) e poiché l’identità è unica, i figli degli immigrati sono costretti a scegliere una delle due identità proposte (ed elencate alla 3.2).</p>
<p><strong>3.4. (Osservazione sperimentale)</strong> Scegliendo l’identità della famiglia, si è ostracizzati dalla società e ci si rinchiude nel proprio gruppo d’origine (e questa è la causa prima della ghettizzazione).</p>
<p><strong>3.5. (Deduzione dalla 3.4)</strong> La scelta più conveniente è adottare l’identità del resto della popolazione, ripudiando l’identità della famiglia, che nella maggior parte dei casi resta unita in virtù dei vincoli affettivi.</p>
<p><strong>3.6. (Deduzione dalla 3.5)</strong> L’integrazione dei figli degli immigrati avviene attraverso l’adozione dell’identità della maggioranza: è dunque assimilazione, conformità.</p>
<p><strong>4.1. (Deduzione dalla 3.6. Sintesi)</strong> Gli immigrati hanno l’identità di un altro paese. I loro figli, ovvero la seconda generazione di immigrati, assumono quella del paese d’adozione.</p>
<p><strong>4.2. (Deduzione dalla 3.6 e dalla 4.1. Sintesi)</strong> Agli immigrati di prima generazione si chiede convivenza perché è impossibile ottenerne un cambio di identità; a quelli di seconda generazione si chiede omologazione alla maggioranza. Questa è l’unica integrazione possibile degli immigrati.</p>
<p><em>Attenzione: con questo ragionamento non sto dicendo che gli immigrati non possano integrarsi. Al contrario, intendo dire che noi popolo ospitante pretendiamo un’integrazione che, se avviene, può risultare solamente in un’assimilazione al modello dominante (ovvero quello italiano) e che integrarsi mantenendo allo stesso tempo la propria cultura d’origine è, se non impossibile, assai complicato.</em></p>
<p><em>Si potrebbe fare un ragionamento simile perfino tralasciando tutta la questione dell’immigrazione. Può un cittadino italiano crescere senza adattarsi all’identità occidentale? La società lo accetterebbe o lo ostracizzerebbe?</em></p>
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